di F.T.
Un’Asl che somiglia a un treno, dove un territorio – quello folignate-spoletino – viaggia in prima classe e un altro – quello ternano – viene relegato in seconda. Il biglietto però è uguale per tutti. Il paragone rappresenta il punto di vista della Uil di Terni che invoca una mobilitazione «contro le continue discriminazioni che penalizzano i cittadini ternani, anche e soprattutto nel settore della sanità».
La situazione Il dato di partenza è quello dei posti riservati ad anziani non autosufficienti all’interno delle strutture residenziali protette. Quelli in regime dei convenzione, per i quali l’Usl Umbria2 paga metà retta (43 euro, ndR) sono 685: 325 nel territorio dell’ex Asl4 di Terni e 360 in quello dell’ex Asl3 folignate.
Differenze Numeri che, secondo la Uil di Terni, sono tutt’altro che equilibrati: «La popolazione dell’ex Asl4 è di 235 mila persone contro le 160 mila dell’area folignate – osserva il segretario generale Gino Venturi -. Solo in base a questi numeri, nel ternano dovremmo avere almeno 529 posti convenzionati, ovvero 204 in più rispetto agli attuali. Senza considerare che l’indice di vecchiaia, soprattutto nel distretto di Orvieto, è nettamente superiore a quello dell’ex Asl3».
Meno soldi Ma c’è di più: «Per colpa di questa disparità, Terni si trova a dover gestire un finanziamento di 5 milioni e 180 mila euro, contro i 5 milioni e 600mila del folignate. Se i posti in convenzione fossero stati assegnati con equilibrio, la provincia di Terni avrebbe potuto contare su altri 3 milioni di euro che corrispondono a circa 80 posti di lavoro in più fra ausiliari, operatori, infermieri, medici, amministrativi e così via».
Il rapporto La sperequazione, secondo Gino Venturi, emerge anche dal rapporto fra posti autorizzati e convenzionati: «A Terni quelli convenzionati sono 325 su un totale di 670 autorizzati. A Foligno abbiamo differenze molto minori, con 400 posti autorizzati e 360 in regime di convenzione. Questo vuol dire che le strutture del nostro territorio operano in grande difficoltà e alcune non riescono neppure a coprire i costi organizzativi di legge, con ripercussioni anche sul piano occupazionale».
Protesta Obiettivo del sindacato è sollecitare ancora una volta le istituzioni. «Ci aspettiamo i soliti riscontri di facciata – attacca Venturi – ma per noi è importante ribadire i concetti. Nessuno potrà venirci a dire di non essere stato informato». Il sindacato si attiverà chiedendo un nuovo incontro al comune, attraverso la commissione consiliare competente. Ma la volontà è quella di andare fra la gente: «Ci attiveremo con un volantinaggio, incontrando le associazioni e attivando tutti i canali possibili per coinvolgere la città su questo problema».
Accordo a termine Secondo Andrea Desideri, presidente del consorzio Cqs che include alcune residenze protette, il problema ha radici ‘antiche’: «Una volta entrati in carica (nel febbraio di quest’anno, ndR), l’attuale direttore generale dell’Asl2 si è trovato davanti una partita di bilancio di fatto svuotata dal suo predecessore. Appena 4 milioni e 800 mila euro. Ci è stato proposto di operare con il 50% dei posti in convenzione ma questa percentuale non ci permette neppure di sopravvivere. Alla fine abbiamo sottoscritto un accordo transitorio, valido fino al 31 dicembre, con la promessa che sarebbe stato attivato un tavolo per intercettare altre risorse. Ad oggi c’è stato solo un incontro, a luglio, e di fatto la concertazione non è mai partita». Un blocco che è coinciso con l’indagine su Villa Maria Luisa: «Ma non possiamo rimetterci tutti per i problemi di una sola struttura».
Risparmi Per dare l’idea di come le risorse possano essere recuperate, Sabrina Tini – presidente regionale dell’Anaste, associazione composta dai gestori delle residenze private – cita un dilemma finora irrisolto. «Bisogna chiarire – spiega – se ad occuparsi dell’anziano che entra in una residenza protetta debba essere il direttore sanitario della struttura, la cui presenza è obbligatoria, oppure il medico di base. Quest’ultimo è l’unico autorizzato a firmare le ricette. Così i compensi sono di fatto duplicati e l’Asl continua a pagare entrambe le figure. Si potrebbe iniziare da qui per alleggerire il peso che ricade sulle nostre spalle».
