di Re.Te.
Telamone. Fino a qualche settimana fa non erano moltissimi a sapere cosa fosse quella splendida scultura colossale, che faceva parte della decorazione architettonica e scultorea del Canopo di Villa Adriana, a Tivoli e fu poi trasportato a Terni tra il 554 e il 565, dove avrebbe dovuto ornare la porta romana della città.
Il dibattito Ma nei giorni scorsi, dopo che è ‘ricomparso’ nel Museo archeologico nazionale di Perugia, il dibattito sul Telamone ha, spesso, preso il posto di quelli abituali e, secondo Giuseppe Cassio, vicepresidente ternano di ‘Italia nostra’, «è una preziosa occasione per tornare sull’emergenza di un progetto culturale per Terni». Uscendo dall’equivoco: «Occorre riconoscere che al momento della scoperta, la città non era pronta ad affrontare temi di carattere conservativo e i ‘beni culturali’ non erano tra le priorità di governance delle giunte».
La restituzione «Non si può certo nascondere – dice infatti Cassio – che la sistemazione del Telamone a Terni sarebbe un gesto auspicabile e forse necessario. Ma, contrariamente a quanto sta succedendo in questi giorni, un simile evento va pianificato nelle sedi giuste, con rigore metodologico e non come episodio occasionale. Il semplice gesto di restituzione non creerebbe esternalità, se fosse isolato nel desertico recinto del campanilismo. Non servirebbe a nessuno, qualora appagasse aridi appetiti politici».
Il museo Soprattutto perché, insiste Giuseppe Cassio, «sarebbe opportuno riconoscere allo Stato un ruolo apprezzabile nella tutela di tanti beni ‘ternani’ salvaguardati da un’inevitabile incuria. Lo dimostra la storia della cosiddetta ‘raccolta archeologica’, quella messa insieme a fine ‘800 dal genio di Luigi Lanzi, che rimase a Terni solo perché già storicizzata, ma che non ebbe vita facile; fu trasferita, infatti, dal convento di san Francesco al palazzo municipale e successivamente sistemata nei meandri e nel giardino di palazzo Carrara fino in anni recenti che hanno visto la nascita di un museo archeologico, dagli spazi tuttavia ancora troppo esigui».
La provocazione Secondo il vice presidente di ‘Italia nostra’, insomma, «non ci si può lamentare se altrove qualcuno gode della bellezza di cose ‘ternane’ fin quando la città non sarà pronta ad affrontare una politica culturale programmatica. Qui non c’è campanilismo: è soltanto buon senso, dettato dall’assoluta esigenza – mai urgente come ora – di riscoprire l’identità di una comunità attraverso tutto ciò che la rappresenta, dall’archeologia tradizionale a quella industriale».
Le ricadute Una comunità «attenta e sensibile – dice Cassio – si adopera in modo consapevole e culturalmente maturo, affinché, nel rispetto delle competenze pubbliche e private, i propri beni tornino laddove sono stati rinvenuti per poi renderli fruibili ai fini di una crescita intellettuale collettiva, specialmente laddove il problema può presentare anche delle ricadute sociali. Facciamo dunque concreto spazio a un ‘manifesto culturale per Terni’, inquadrando le criticità attuali nel loro ampio contesto; solo allora il Telamone, come tanti altri beni, guarderà in direzione della Conca, accrescendo valore per noi e per le future generazioni».
