di Marco Torricelli
La storia, iniziata nel 2009, sembrava finalmente risolta. Con l’ospedale di Terni che poteva festeggiare: «Presto avremo la Pet Tac che ci è stata donata», era stato l’annuncio. Ma le cose non starebbero proprio così.
L’allarme L’azienda ospedaliera, dice il direttore generale Andrea Casciari, «ha fatto tutto quello che poteva per accelerare l’installazione della Pet Tac donata dalla fondazione Cassa di risparmio. Ora, a quasi un mese dall’invio delle ultime due autorizzazioni che mancavano per il completamento della procedura, abbiamo sollecitato la ditta mandataria affinché proceda con il completamento della procedura tecnico-amministrativa funzionale all’inizio dei lavori». Ma non si è mosso nulla.
L’attacco «Dopo aver fatto tutto quanto mi era possibile per accelerare le pratiche relative al rilascio delle autorizzazioni da parte degli enti preposti – precisa Casciari – il 12 marzo scorso la Siemens (che quella macchina ha venduto e che dovrebbe far montare; ndr) ha ricevuto i pareri favorevoli alla realizzazione delle opere previste dal progetto, rilasciati il 3 marzo dal comando provinciale dei vigili di fuoco di Terni e l’8 marzo dalla Regione». Quindi si poteva cominciare, ma «nonostante la comunicazione sollecita da parte nostra e i contatti telefonici intercorsi con la direzione tecnica, i nostri inviti sono rimasti inascoltati e il 27 marzo ci siamo visti costretti ad inviare formale diffida a procedere con il completamento della procedura e a dar immediato inizio ai lavori».
La richiesta Nella speranza che «si tratti di uno spiacevole disguido risolvibile entro i prossimi giorni – dice ancora il direttore generale dell’azienda ospedaliera ternana – confido anche in un intervento da parte della fondazione Carit, per dar frutto al loro importante investimento e per poter garantire ai cittadini una celere attivazione del servizio».
La storia La Pet Tac – che, detto per inciso, è una roba che può salvare delle vite – è stata donata dalla fondazione Carit, che ha scelto dopo aver valutato diversi preventivi e deciso di affidarsi ad un consorzio, formato dalla Siemes, che fornisce il macchinario; dalla Sparkle, che fornisce i farmaci specifici e dalla Icoc, che deve realizzare le opere murarie. Il tutto – chiavi in mano, come si dice – deve costare un milione e 530 mila euro, solo 66 mila dei quali sarebbero destinati alle «opere edili ed impiantistiche necessarie per la predisposizione dei locali». Opere che, secondo la Fondazione che lo ha scritto nell’ordine, costavano quasi sei volte di più. E il problema potrebbe stare proprio qui. Nei conti che non tornano.
