Il documentario 'Lotta senza classe'

di Francesca Mancosu

Nel bene e nel male, Terni è stata e sempre sarà legata alle acciaierie e alle sue, alterne, vicende. Da quella dell’operaio Luigi Trastulli, ucciso il 17 marzo 1949 durante gli scontri con la polizia avvenuti in occasione di una manifestazione contro l’adesione dell’Italia alla Nato, alla vendita dello stabilimento alla Outokumpu nel 2012. Fino al ritorno alla Thyssen Krupp, sancito ufficialmente lo scorso febbraio e ai festeggiamenti per i suoi 130 anni di vita, fra grandi speranze e paure per il futuro.

‘Lotta senza classe’ Vicende ai quali è la legata la sorte di oltre tremila operai, indotto compreso. Alcune delle loro storie sono diventate le protagoniste del documentario autoprodotto ‘Lotta senza classe’, che sarà presentato dalla prossima estate nei maggiori festival di settore.

CRONISTORIA DELLE ACCIAIERIE DI TERNI 

Un documentario co-prodotto dagli spettatori A raccontare il documentario è la sua autrice, la videomaker Greca Campus.«Abbiamo scelto di fare un lavoro autoprodotto, senza alcuna commissione ‘dall’alto’ – racconta – per non avere condizionamenti né dal punto di vista dei contenuti né da quello delle tempistiche. Tutti i tecnici coinvolti hanno lavorato come volontari, ma per coprire le spese per la conclusione del montaggio, la traduzione e sottotitolatura in inglese e la conversione nel formato Dcp (necessario per la proiezione cinematografica in digitale, ndR) per la distribuzione nei festival internazionali abbiamo aperto una raccolta fondi a cui è possibile aderire dal sito di crowfunding Produzioni dal basso. Tutti i sostenitori verrano inseriti nei titoli di coda e riceveranno una copia del documentario».

Le storie di Alessandro, Stefano e Krishna La vendita del 2012 resta sullo sfondo del lungometraggio perché, come precisa ancora la regista «Non abbiamo usato un approccio da inchiesta». In primo piano ci sono le storie di tre giovani operai e tre diverse prospettive di vita: Stefano, 36 anni, che ha lavorato nell’area a caldo e da un paio d’anni è un delegato Rsu della Fiom a tempo pieno; Alessandro, classe ’76, che ‘è’ un trombettista jazz ma che per vivere lavora in acciaieria; Krishna, 34 anni, immigrato indiano che lavora in una ditta di subappalto. Tre storie che si intrecciano, «scelte come esempio delle contraddizioni di una generazione».

Il trombettista-operaio Ai tempi dei nostri nonni c’erano i metal-mezzadri, che al lavoro di operaio affiancavano quello di contadino. Oggi, spesso, il lavoro in acciaieria è il ‘mezzo’ per sopravvivere e coltivare le proprie, vere passioni. Come quella per il jazz raccontata da Alessandro. «Io non sono il classico ‘padre di famiglia’: posso definirmi un trombettista jazz che per mantenersi fa l’operaio. Sono entrato in acciaieria nel 2008, quando avevo già 31 anni, perché era la soluzione migliore per i non laureati, dopo i posti comunali e statali. Non posso che ritenermi molto fortunato, visti i tempi, ma in attesa di notizie sull’immediato futuro della nostra fabbrica viviamo tutti in una sorta di limbo. Cercando di non pensare al domani».

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