di Francesca Torricelli
Il comportamento violento ci fa terrore, paura, schifo. Oggi i comportamenti di violenza, di mobbing, di stalking, di bullismo sono, purtroppo, all’ordine del giorno. Anche nei posti di lavoro. Non sempre, però, si ha il coraggio di dire ‘no’ e di denunciare.
Il centro di ascolto A marzo del 2013, a Terni, è nato il Centro di ascolto della Uil. Il compito dello sportello è quello di «seguire l’evoluzione del fenomeno del mobbing e dello stalking nel territorio ternano – ha detto il segretario della Uil di Terni Gino Venturi – e di fornire sostegno sindacale, psicologico e legale alle vittime. Lo sportello è attivo presso la Uil di Terni, in via Pacinotti 34, il lunedì dalle 16,30 alle 18,30 ed il venerdì dalle 10 alle 12».
Il mobbing sul posto di lavoro «è un fenomeno in forte aumento – ha spiegato Angelo Garofalo, presidente regionale Adoc Umbria – anche a causa della crisi che sta attraversando il nostro Paese. I datori di lavoro non sanno come ‘tagliare’ sul personale e ‘invitano’ con mezzi discutibili i dipendenti al licenziamento». Oppure i dipendenti, specialmente donne, «si trovano costrette a sopportare offerte o offese di tipo sessuale per paura di perdere il lavoro. La maggior parte dei casi si riscontra nel pubblico impiego».
In Umbria Agli sportelli della Uil in Umbria, negli ultimi 12 mesi, «si sono rivolte 123 persone, di cui 92 casi a Perugia e 31 casi a Terni. Circa il 70% delle segnalazioni sono di donne ed il 30% di uomini», ha aggiunto Garofalo. «In ogni chiamata che riceviamo, la prima cosa che ci viene chiesta è di rispettare l’anonimato. Non tutte le persone che ci segnalano un disagio telefonicamente poi si presentano ai nostri appuntamenti. I motivi possono essere due: la segnalazione non è del tutto veritiera, oppure tanta, tanta paura. In entrambi i casi c’è comunque un problema di fondo».
A Terni Dei 31 casi presentati a Terni, circa il 90% è di dipendenti pubblici. Tre di loro «sono arrivati in tribunale con richiesta di rinvio a giudizio, cinque casi sono in mano agli avvocati, cinque non si sono presentati al nostro appuntamento e sui rimanenti stiamo ancora lavorando per la reperibilità delle prove necessarie, perché per prima cosa cerchiamo di raggiungere un accordo bonario».
Le segnalazioni più ricorrenti indicano che «in ufficio non manca quasi nessun supplizio», è intervenuta Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei Centri di ascolto Uil. «Ci sono quelli a cui non vengono forniti i mezzi necessari per svolgere il loro lavoro, e poi coloro che non vengono invitati a riunioni e cene di lavoro e ai quali addirittura capi o colleghi non rivolgono la parola. Non manca nemmeno chi viene attaccato per le proprie opinioni politiche o religiose».
La legge Le donne subiscono più spesso «attacchi di natura personale – ha aggiunto Menelao – offerte o offese di tipo sessuale, umiliazioni e derisione. Per gli uomini le vessazioni sono invece più strettamente legate alla sfera lavorativa: demansionamento, mancata carriera, controlli e procedimenti disciplinari, lavoro reso difficile dalla mancanza di strumenti». Contro il mobbing «non è sufficiente il solo risarcimento del danno subito dal lavoratore, è necessario un quadro normativo specifico, finora assente, che agisca innanzitutto sulla prevenzione. Attualmente su tutti i casi nazionali, riusciamo ad ottenere una causa solo per il 9% circa dei casi».
Il disagio subito è senza conseguenze solo per il 31% dei casi. «Nella stragrande maggioranza il lavoratori segnalano una rosa di sintomi che vanno da rabbia e nervosismo fino agli attacchi d’ansia e alla depressione, ma sono in molti anche a soffrire di sintomi, come gastrite mal di testa tachicardia e insonnia».
Le prove Il centro di ascolto della Uil ha quindi il compito di «aiutare i mobbizzati nel percorso di denuncia – ha detto ancora Alessandra Menelao – perché a conoscenza delle prove e delle documentazioni necessarie». Le prove possono essere: «Documenti, mail, sms, lettere, testimonianze dei colleghi (che sono sempre pochissime per la paura di esporsi a loro volta). Il consiglio che noi diamo è quello di non cancellare mai nulla, ogni cosa potrebbe poi tornare utile ed essere utilizzata come prova».
Cultura del rispetto «In mancanza di cambiamenti decisivi, come la tanto attesa legge nazionale – ha concluso Angelo Garofalo – oggi l’epilogo più frequente è il licenziamento o un trasferimento. Il mobbing andrebbe combattuto con tutti i mezzi, ma per prima cosa va dimostrato. La vera azione da fare resta comunque quella di creare la ‘cultura del rispetto’. Puntare sulla prevenzione per evitare che le cose accadano».
