di Marco Torricelli
Niente. Pare proprio che non ci si sia fatti mancare niente, in questi anni, nella diocesi di Terni. Nemmeno qualche pastrocchio con il tribunale ecclesiastico regionale. Sì, quello al quale ci si rivolge per i processi di nullità matrimoniale. Con annessi e connessi. Nel 2012, per dire, in Umbria sono state 95 (nel 2011 erano state 85) le cause avviate e 89 quelle espletate: 76 delle quali hanno portato all’annullamento del matrimoni.
Le differenze Già, perché tra la dichiarazione di nullità e, per esempio, il divorzio civile, ci sono differenze sostanziali. E sostanziose. Il divorzio, infatti, stabilisce anche gli obblighi verso il coniuge più debole; mentre la dichiarazione di nullità sancisce che il matrimonio precedente non c’è mai stato e quindi non sussistono obblighi a protezione dello stesso coniuge più debole. Ed è chiaro a tutti che, a conti fatti, alla fine si tratta di bei soldi. Con il risultato che più di qualcuno avrebbe pensato di percorrere la strada ‘religiosa’ per porre fine al matrimonio. Si pagava qualche migliaio di euro e via, almeno questa era la speranza: niente assegni di mantenimento, niente impegni sulle liquidazioni e roba del genere.
I soldi Il problema, però, è che, dice la Conferenza episcopale italiana, «la dichiarazione di nullità del matrimonio è un aiuto pastorale per la vita cristiana dei fedeli. Pertanto, il contributo economico richiesto per le spese processuali e per l’assistenza da parte di un patrono non deve allontanare i fedeli, che abbiano fondati motivi per avvalersene». E, siccome «la chiesa è madre», dice chi mi racconta queste cose, sono state stabilite delle norme. A cominciare dal costo, sancisce la Cei, «che un fedele deve sostenere per una causa. Il tribunale ecclesiastico richiede per le spese processuali un contributo di 525 euro alla parte attrice e di 262,50 alla parte convenuta». L’onorario per gli avvocati, invece, «è compreso tra un minimo 1.575 e un massimo di 2.992 euro». Insomma, a differenza delle comuni credenze, uno se la cava con poco. O, meglio, se la potrebbe cavare, con poco.
Il dossier Perché – e anche su questo in Vaticano c’è un dossier aperto – a Terni sarebbe successo qualcosa di strano: con un giro di legali provenienti anche da fuori città, che avrebbero utilizzato gli uffici della curia come base di appoggio; con onorari decisamente superiori, anche di quattro o cinque volte, a quelli stabiliti; con garanzie di risultati che, invece, spesso non ci sono stati e, insomma, con una serie di circostanze sulle quali l’Ufficio nazionale per i problemi giuridici della Cei sta cercando di fare chiarezza: «Quello che le posso dire – spiega l’avvocato Giorgio Federico Bencini, ‘patrono stabile’, cioè uno di quel legali che opera sulla base del tariffario minimo proposto dalla Cei – che sono state effettivamente segnalate delle situazioni che sembrano necessitare di approfondimenti e che, a quanto mi risulta, tali approfondimenti sono in corso».
Dimissioni in arrivo? Tanto che, dopo le dimissioni di Luca Galletti, Paolo Zappelli e il notaio Gian Luca Pasqualini (raggiunti dalle informazioni di garanzia in relazione all’operazione sul castello di San Girolamo), quelle di Alfredo Pallini (l’economo), il drastico ridimensionamento delle mansioni affidate all’avvocato Giovanni Ranalli e le appassionate difese d’ufficio; sembra che anche don Roberto Bizzarri che, insieme al polacco don Marek Sygut, ricopre il ruolo di giudice nel tribunale diocesano ternano, potrebbe essere sul punto di farsi da parte.
Il lavoro Giovedì, intanto, monsignor Ernesto Vecchi, nel corso della veglia di preghiera per la tutela del lavoro, ha parlato della vertenza Tk-Ast: «Acciai Speciali Terni, dice chi se ne intende, si qualifica come gruppo industriale leader e i dipendenti, con le loro famiglie – ha detto – ne sono orgogliosi e sperano che le difficoltà in atto vengano presto superate». Il ricordo della visita fatta da Giovanni Paolo II nel 1981, ha proseguito monsignor Vecchi «rimane un punto di riferimento fondamentale, che pone il problema della salvaguardia del lavoro nel contesto più ampio di una salvezza integrale dell’uomo». Poi ha chiesto che «i partiti si diano una mossa, seguendo le indicazioni del presidente della Repubblica. Gli schieramenti, vecchi e nuovi, restituiscano alla politica il suo ruolo di catalizzatore del bene comune». E, a questo proposito, per monsignor Ernesto Vecchi, il lavoro pare ben lungi dall’avvicinarsi alla conclusione.
