Corrado Viciani

di Gianluca Diamanti*

E’ morto Corrado Viciani e, al di là del cordoglio, della commozione e del rispetto dovuto ad un uomo che – attraverso lo sport e soprattutto grazie alla sua intelligenza – ha saputo guadagnarsi un posto privilegiato nella storia del calcio nazionale, al di là di tutto questo e delle sue vicende personali, la sua morte non può lasciare indifferente la città di Terni. Non può non farla riflettere. Tutta, non solo i tifosi di calcio.

Questa città è strana, lo sappiamo bene. Lo è per la sua storia particolare, quasi unica, almeno quella degli ultimi centotrent’anni, così pieni di cambiamenti. Per questo, forse più di altre città, Terni ha bisogno continuamente di guardarsi allo specchio e di riconoscersi. Nel suo continuo mutare necessita di progetti, di simboli e pure di sogni.

Come ce li aveva nel 1972 quando la classe operaia voleva andare in paradiso, quando papà e bambini sognavano la luna, che era stata appena conquistata, e quando la Ternana di Corrado Viciani metteva alle corde il Milan di Rivera. E Terni, per la prima volta, credeva di essere una città di serie A.

In quegli stessi anni le fabbriche cominciavano a chiudere, ma i soldi iniziavano a circolare. Dunque si pensava di diventare qualcos’altro, magari una città più borghese, meno industriale, perché poi le acciaierie ai ternani hanno sempre dato un sentimento di orgoglio, ma anche – non nascondiamolo – un intricato complesso d’inferiorità.

E proprio in quel momento arriva a Terni quel toscanaccio benedetto di Corrado Viciani, che sa interpretare e catalizzare come nessun altro questa nuova voglia di cambiamento della città, con la testa sulla luna e i piedi ancora ben saldi in viale Brin.

Come nel film di Petri, la classe operaia, con Viciani, va in paradiso. La squadra operaia, umile e senza campioni, va in serie A. Lo fa tramite la catena di montaggio, passando attraverso le forche caudine di un lavoro estenuante, ma anche grazie ad un’idea innovativa, ad un colpo di genio del Maestro che elabora la dottrina del “gioco corto”.

Poi, come sappiamo, le cose sono cambiate di nuovo. E quel paradiso si è rivelato effimero, la Ternana una shooting star, come ha scritto poco tempo fa il periodico inglese The Blizzard dedicando un ampio servizio a Viciani e al suo gioco. Una stella cadente, che però ha brillato forte e potente, come in una favola, richiamando l’attenzione di tutti.

Ecco, i funerali in genere non sono una bella cosa. Se una persona lascia qualcosa di buono, una traccia, possono sembrare, al massimo, la fine di quella bella favola. Ma le favole che terminano con un funerale non hanno un lieto fine.

Eppure Bernardo, il giovane nipote di Corrado Viciani, che ci ha salutati nel giorno di San Valentino, poco prima che seppellissero suo nonno, ha detto che il lieto fine della favola del Maestro siamo noi. Noi che eravamo lì fisicamente o con il cuore, noi che ce lo portiamo dentro.

Sì, noi ternani. Noi che non ci piacciamo mai, noi coi nostri complessi d’inferiorità, noi che ci prendiamo in giro da soli, che pensiamo di non essere capaci di sognare, ma che ci siamo commossi per la morte del Maestro e che continueremo a farlo sabato nel suo e nostro stadio.

Perché, invece, forse proprio con la morte di Viciani, ci siamo ricordati che anche noi abbiamo sognato, da viale Brin a San Siro, passando sotto la grande A di via Mazzini. E che possiamo continuare a farlo.

Innovazione e gioco corto. Comunità e identità; lavoro, sudore, umiltà; orgoglio cittadino e voglia di confrontarsi con il mondo; futuro conquistato metro dopo metro, un passaggio alla volta, ma tutti insieme.

Son passati quarant’anni. Eppure queste cose sembrano ancora un buon programma per la città, che non è più quella di allora, ma che ha uno straordinario bisogno – come e più di allora – di trovare punti di riferimento, speranze e ‘moduli di gioco’. E forse anche la scintilla di un ‘colpo di genio’, come quello che il Maestro propose nel mondo del calcio.

A Viciani abbiamo intitolato una curva dello stadio. Intitoliamogli anche una parte del nostro cuore e facciamone buon uso. I Maestri servono pure a questo, in fondo.

E le vittorie non si conquistano solo su un campo dove si gioca questo strano gioco del calcio che poi – come diceva Pasolini – è «l’ultima sacra rappresentazione del nostro tempo», un atto estremo di resistenza popolare e umanistica. Il cui valore simbolico andrebbe trasferito, almeno in parte, nella vita di tutti i giorni, con l’entusiasmo e la gioia proprie del mondo dello sport. E anche con le sue intuizioni e con i suoi scatti in avanti.

*Scrittore e giornalista

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