di F.T.
Terapia chirurgica ed ibrida mediante radiofrequenza bipolare: è questa la nuova frontiera tecnologica per il trattamento della fibrillazione atriale, la più comune forma di aritmia cardiaca, con 500 mila pazienti in Italia e 60 mila nuovi casi ogni anno. In Umbria i primi due interventi sono stati eseguiti nei giorni scorsi dall’equipe di aritmologi e cardiochirurghi (Giovanni Carreras e Valentino Borghetti), coordinata da Alessandro Pardini, direttore del dipartimento ‘Cardiotoracovascolare’ dell’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni.
I casi Il primo intervento è stato eseguito su un paziente di 48 anni sottoposto a una procedura completamente endoscopica (senza apertura del torace) e il secondo su un paziente di 67 anni, con intervento tradizionale a cuore aperto. Entrambi i casi si sono conclusi con successo, senza complicanze, e i pazienti sono stati dimessi rispettivamente dopo sette e otto giorni.
Il direttore «Questi primi due interventi – sottolinea il direttore generale dell’azienda ospedaliera di Terni, Andrea Casciari – costituiscono la partenza di un programma ambizioso per il trattamento delle aritmie più complesse, attraverso l’integrazione tra cardiologi e chirurghi all’interno di un dipartimento ben strutturato che già oggi registra più del 25% di pazienti provenienti da fuori regione».
Il chirurgo La fibrillazione atriale mostra un progressivo aumento di frequenza con l’aumentare dell’età. Oltre al rischio di insufficienza cardiaca, la fibrillazione atriale incrementa di cinque volte il rischio di ictus cerebrale e un quinto di tutti gli ictus sono attribuibili a questa aritmia. «Per questo motivo – spiega Alessandro Pardini – nel corso degli ultimi anni il trattamento della fibrillazione atriale si è fortemente evoluto. Recentemente sono state proposte procedure ‘ibride’ che necessitano di una stretta collaborazione tra aritmologi e cardiochirurghi sia nella fase diagnostica che in quella strettamente operatoria».
