di Marco Torricelli
Fino alla fine di settembre era toccata, a rotazione, a sette di loro. Gli altri sei dipendenti della diocesi erano rimasti indenni. Ma adesso la cassa integrazione potrebbe diventare un problema comune a tutti. Giuseppe Piemontese, il vescovo francescano, troverà certamente le parole giuste per comunicarlo.
La crisi La diocesi; che sta disperatamente cercando di riemergere dalla voragine di debiti nella quale è precipitata durante – e prima – la gestione dell’ex vescovo Vincenzo Paglia e a causa di una gestione che definire allegra significa usare un simpatico eufemismo; è ancora in una situazione di forte crisi di liquidità, che a conti fatti durerà ancora un bel po’ e pagare gli stipendi è diventato praticamente impossibile. Da qui la decisione: non saranno più solo in sette a subire la ‘cassa’ fino alla fine dell’anno – cosa peraltro prevista – ma tutti, o quasi, i tredici dipendenti.
Le modalità Fino ad oggi, ai lavoratori della diocesi che hanno dovuto sottostare al regime di cassa integrazione, nel ciclo trimestrale è andata così: per un mese hanno lavorato, per un altro hanno lavorato ad orario ridotto e il terzo lo hanno passato interamente a casa, rimettendoci «approssimativamente il 20%», spiegano, ma con tutti i problemi ben noti a chiunque abbia avuto a che fare con situazioni del genere: «Non sai mai se e quando li prenderai, i soldi».
Il prestito Alla diocesi, quando la reggenza era in mano all’amministratore apostolico Ernesto Vecchi, lo Ior aveva concesso un prestito di dodici milioni di euro – a fronte di un ‘buco’ grosso almeno il doppio – da restituire in dieci anni e senza interessi. Ma mettere da parte 100 mila euro al mese per restituire quel prestito non è comunque semplice, se le spese correnti sono elevate.
La paura Anche per questo, molto probabilmente, per il pomeriggio di venerdì, proprio alla vigilia della giornata dedicata a San Francesco di Assisi, il vescovo li ha convocati tutti e la convinzione è che non si tratti di un invito per una preghiera da recitare insieme. O, forse, anche per quello. Perché la paura vera è che la cassa integrazione sia solo un passaggio intermedio verso soluzioni ancor più drastiche.
