di Daniele Bovi
Restituire ai legittimi proprietari i terreni sui quali da oltre 40 anni si trova uno dei complessi scolastici più importanti della città, oppure acquisirli sanando un’occupazione sine titulo. In estrema sintesi sono queste le due alternative che il Comune di Spoleto si trova sul tavolo dopo la sentenza, pubblicata nelle scorse ore, con la quale il Tar dell’Umbria ha condannato l’amministrazione per quanto riguarda l’occupazione dei terreni sui quali dagli anni ‘70 sono state costruite la scuola dell’infanzia e le elementari di Villa Redenta.
Senza titolo Il Tribunale amministrativo ha infatti accertato che l’area su cui sorge il complesso, è da decenni occupata dal Comune senza un titolo valido, dal momento che non è mai stato concluso il procedimento di esproprio. La costruzione dell’edificio risale agli anni Settanta, ma il provvedimento di esproprio del 1979 presentato in giudizio si riferisce a una particella diversa, destinata alla scuola dell’infanzia. L’occupazione, secondo il Tar, configura quindi un «illecito permanente», che si rinnova quotidianamente finché non verrà risolta.
Il bivio Il Comune guidato dal sindaco Andrea Sisti si trova quindi davanti a un bivio: o restituire i terreni ai comproprietari, ripristinando lo stato originario dei luoghi, oppure avviare la procedura di acquisizione formale prevista dall’articolo 42-bis del Testo unico sugli espropri, che consente alla pubblica amministrazione di regolarizzare situazioni di occupazione abusiva attraverso un atto di acquisizione e la corresponsione di un indennizzo.
La sentenza Tutte le principali difese del Comune sono state respinte. Il Tar ha ritenuto infondate le eccezioni procedurali sollevate dall’ente, tra cui l’assenza di uno dei comproprietari nel giudizio, l’omessa notifica alla Regione e alla Prefettura e la presunta duplicazione del contenzioso. Respinta anche la tesi secondo cui il possesso prolungato del terreno avrebbe fatto maturare l’usucapione: secondo la giurisprudenza citata in sentenza, il termine di vent’anni non era ancora decorso al momento della notifica del ricorso, avvenuta nel maggio di due anni fa.
Accordo informale Ugualmente irrilevante, per il Tribunale, la difesa fondata su un presunto accordo informale con il precedente proprietario. «La cessione di diritti edificatori – scrive la magistratura amministrativa nella sentenza – non può integrare, neppure per implicito, un valido trasferimento di proprietà»; nel provvedimento si ribadisce poi che per gli immobili è indispensabile un atto scritto.
Normativa superata Quanto all’istituto dell’«occupazione acquisitiva», spesso richiamato nei contenziosi sull’edilizia pubblica del passato, il Tar ha ricordato che è stato ormai superato dalla normativa e dalla giurisprudenza nazionale ed europea. La trasformazione di un terreno privato in bene pubblico, in assenza di esproprio, non può produrre automaticamente effetti di trasferimento di proprietà, né far scattare termini di prescrizione.
Atto annullato La sentenza ha inoltre annullato una nota dell’Ufficio legale del Comune dell’aprile 2023, che rigettava formalmente le richieste dei proprietari. Secondo il Tribunale, l’atto era «provvedimentale» e avrebbe dovuto essere adottato da un organo competente dell’amministrazione attiva, non da un ufficio tecnico-giuridico. Anche questo elemento ha confermato, secondo il Tar, l’irregolarità dell’intera gestione del caso.
Il risarcimento Quanto alla richiesta di risarcimento dei danni avanzata dai ricorrenti, il Tribunale ha ritenuto che al momento sia prematura. La decisione sulla somma da corrispondere, infatti, dipenderà dalla scelta del Comune tra la restituzione del bene o l’acquisizione sanante. Solo in seguito potrà essere valutato l’eventuale danno economico subito dai proprietari, anche alla luce della normativa in materia che riconosce loro un indennizzo pari al 5 per cento annuo del valore del bene, per il periodo di occupazione illegittima. Una cifra di sicuro molto importante.
Caso caldissimo La sentenza rimette al centro del dibattito una questione anche politicamente caldissima. In attesa che il Tar dipanasse la vicenda, il Comune ha infatti pensato di delocalizzare il polo di Villa Redenta in via Nursina, nell’area in cui ha sede la scuola media Manzoni, prendendo così in seria in considerazione lo smantellamento della primaria e dell’infanzia nel terreno conteso. Un progetto, questo, già molto dibattuto a Spoleto, non soltanto dalla politica ma anche dalle famiglie, alla luce dell’impatto sulla viabilità che la costituzione di un così rilevante polo scolastico rischia di avere.
