di El.B.
Isolamento sociale, depressione, atti di autolesionismo, stati di malessere generale accompagnano la nuova generazione e preoccupano gli esperti. L’Agenzia Umbria ricerche (Aur) ne parla nel report Gli adolescenti in Umbria: disagi e dipendenze – Un’indagine pilota nell’ambito della ricerca. I giovani in Umbria: valori, culture, stili, linguaggi volto a individuare aree di intervento per far fronte alla situazione. Umbria24 ha intervistato Francesca Ciammarughi, psicologa e psicoterapeuta dell’Unità operativa distrettuale di Neuropsichiatria e psicologia clinica dell’età evolutiva della Usl Umbria 1, che ha partecipato al focus group: «Dal digital divide generazionale, alla realtà finta che propongono i social media, i nostri giovani sono sempre più pressati da un mondo che sembra chiedere loro prestazioni basate su standard impossibili da raggiungere e spesso falsi. Manca la socializzazione spontanea, mancano gli spazi per socializzare spontaneamente. Servono città a misura delle persone, serve comunità».
Questione generazionale Con la pandemia e il lockdown per qualche tempo abbiamo spostato la nostra vita di tutti i giorni in rete, utilizzando sempre di più gli strumenti di lavoro e studio da remoto. Questo ha messo immediatamente in luce uno dei primi problemi legati al ritiro sociale dei giovani: il digital divide. «Le nuove generazioni di nativi digitali si sono ritrovate a dover insegnare ai propri genitori come utilizzare internet» spiega la psicoterapeuta. Uno scambio di ruoli e uno spostamento della vita sul piano online, che sembra aver favorito in parte la diffusione del fenomeno di isolamento e ritiro sociale, in particolare nei giovani e in età sempre più precoci. Grazie a internet, durante i primi mesi di pandemia la socialità è stata in parte preservata, ma con grossi aggiustamenti che ne hanno modificato di molto il senso. «Se per la popolazione adulta è difficile orientarsi tra i cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi due anni, – si legge nel report – per gli adolescenti il disorientamento, dovuto alla difficoltà di proiettarsi nel futuro, diventa un ostacolo esistenziale che si trasforma in disagio psicologico. I modi in cui i giovani manifestano questo disagio si sviluppano nell’intimità attraverso meccanismi problematici (isolamento, abbandono scolastico, cutting, disturbi alimentari) che li portano a rinchiudersi in casa; per coloro che già partono con difficoltà di tipo psichico e fisico tutto ciò è accentuato».
I social mentono L’isolamento e il ritiro sociale giovanile non deriva solo dalle restrizioni dovute al lockdown, ma ha radici ben più profonde. Con la diffusione dei social media, a partire dal 2007, anche il fenomeno hikikomori (parola giapponese che si riferisce a coloro che volontariamente si ritirano dalla vita sociale per isolarsi, ndr.) ha cominciato ad espandersi. «Chiudersi in casa e rifugiarsi nell’online è, in parte, una tecnica di difesa. Sui social media vediamo spesso vite patinate, perfette, che non coincidono con la realtà che si ha intorno. Costruirsi una vita alternativa in un mondo in cui si può essere chi si vuole, permette quello sfogo che la realtà non consente. Ma il divario tra la perfezione costruita della vita online e l’imperfezione della realtà può creare un senso di insoddisfazione nel giovane, che preferisce ritirarsi dalla vita sociale per costruirsene una online, attuando così meccanismi che possono sfociare in comportamenti autolesivi» spiega la dott.ssa Ciammarughi.
Cosa fare Di fronte ad una generazione in sofferenza, gli esperti non possono che riconoscere la necessità di agire. «Le campagne di sensibilizzazione all’emotività sono sicuramente una buona idea, ma se manca la comunità in cui mettere in pratica ciò su cui si viene sensibilizzati, non si risolve nulla» dice ancora la terapeuta. Una malattia, quindi, quella dell’isolamento e del ritiro sociale molto legata a come intendiamo oggi la socialità e i luoghi per metterla in pratica. «Non ci sono più gli spazi, né i tempi» sottolinea. Una volta finiti i compiti, i ragazzini prendono il pc, o lo smartphone, o il tablet «perché non ci sono più nemmeno i luoghi dove poter socializzare con i coetanei. Internet è rimasto l’unico». Mancano gli spazi, quindi, ma anche i tempi: «facciamo pesare sui nostri figli la necessità di essere produttivi, competenti, veloci, li carichiamo di impegni e appuntamenti. Chi non si adegua ai ritmi di questa società e alle sue aspettative, viene visto e si sente come un fallimento e l’isolamento è solo uno dei meccanismi di difesa. Spesso non si pensa al bisogno di esplorare da soli le proprie capacità sociali, spontaneamente e fuori da qualsiasi inquadramento, che sia la scuola, il corso di francese o l’allenamento di basket. Banalmente, servono più parchi e panchine in cui i ragazzi possano sperimentare le proprie capacità sociali».
Alla ricerca di comunità Comunicazione tra genitori e figli, più attenzione ai bisogni dell’adolescente, sensibilizzare sulla necessità di socialità offline, non solo online, educare ad un corretto utilizzo del digitale, sono tra le aree di intervento individuate dai ricercatori per far fronte alla situazione. Tuttavia, i professionisti che si trovano a lavorare ogni giorno con ragazzi che si ritirano dalla socialità, individuano nelle infrastrutture cittadine un punto centrale: «Abbiamo perso gli spazi di aggregazione. Una volta c’era il quartiere, la piazza. Ora abbiamo piazze chiuse, come piazza del Bacio che senza lo skate-park era diventata un luogo insicuro e infrequentabile per un bambino, o trasformate in parcheggi di sosta selvaggia. Una volta le strade del quartiere erano luoghi di socializzazione, ora abbiamo quartieri dormitorio e architetture disegnate a vantaggio delle auto, sfavorendo la socialità. Piazza Birago è un esempio notevole: una piazza strappata alle auto dagli abitanti dei palazzi che insistono su di essa. Un tentativo di ricreare socialità, vita e comunità nel quartiere. Ma per assurdo, a quella piazza mancano le panchine e gli abitanti, pur di riprendersi quello spazio, si portano le sedie da casa» conclude la professionista.
