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sabato 22 gennaio - Aggiornato alle 19:13

«Rischi, qualità della vita e meno vantaggi»: ecco perché i pronto soccorso non trovano medici

I vertici delle strutture regionali dell’emergenza parlano dei problemi del settore: «Occorre rivedere l’intero sistema»

Il pronto soccorso di Perugia (©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Al centro dei problemi che vive la rete regionale dei pronto soccorso c’è, in particolare, la carenza di medici; una penuria dovuta al fatto che sono sempre meno quelli che, all’inizio della loro carriera, decidono di intraprendere questo percorso. I perché sono molti e riguardano non solo gli aspetti contrattuali, ma anche la necessità di ripensare l’intero sistema, in Umbria come in altre parti d’Italia.

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Mancano medici Del tema Umbria24 ha discusso con il dottor Paolo Groff, che dirige il pronto soccorso più importante della regione (quello del Santa Maria della misericordia di Perugia) e con il dottor Francesco Borgognoni, direttore del Dipartimento di emergenza e accettazione dell’Usl Umbria 1 che, negli scorsi giorni, ha dovuto prendere una serie di decisioni sui presidi di Passignano e Castiglione del lago. «Solo nella ‘mia’ Usl – dice Borgognoni – mancheranno almeno 10 medici. Siamo messi male. Questo mestiere non è più allettante».

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Più problemi che vantaggi Per Borgognoni «i problemi sono più dei vantaggi rispetto a reparti più ‘tranquilli’ dove puoi visitare un paziente con relativa calma. Qui sappiamo solo se è uomo o donna, giovane o vecchio e che potrebbe morire. I rischi, come ad esempio le denunce, sono all’ennesima potenza». Il direttore sottolinea poi che «ferie e stipendi sono uguali o magari inferiori a quelli garantiti da altre specialità, e non c’è possibilità di fare la libera professione», con tutto quello che ciò comporta in termini economici. «Io – confessa il medico – ero entusiasta e questa specializzazione la intraprendi perché ti piace, altrimenti scegli altro».

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La professione più bella Secondo Groff in passato, almeno fino agli anni ’90 quando a disegnare un modello positivo ha contribuito anche una serie di enorme successo come ER (che ha fatto conoscere al grande pubblico italiano George Clooney), «il nostro settore attraeva molto. È la più bella professione del mondo. Poi – spiega – le cose sono cambiate». Tra le criticità il direttore del pronto soccorso di Perugia indica una bassa qualità della vita: «Rispetto ad altri settori – dice – c’è meno possibilità di godersi la propria vita. Per come sono strutturati i turni, in qualsiasi reparto fai in media due o tre notti al mese, qui anche quattro o sei, e in una notte ti capitano 30 persone da visitare».

Rischi legali L’altro grande tema sono i rischi legali: «Curo le persone mettendoci il massimo impegno, ma se le cose vanno male – continua Groff – so che busserà alla mia porta un avvocato, e che l’Azienda ospedaliera non mi dirà che è della mia parte, bensì mi chiederà se ho una buona assicurazione». In un pronto soccorso «devo visitare tutti in fretta, indovinare cos’ha un paziente, prescrivere esami appropriati senza sprechi e ricoverarlo nel giusto reparto; non si può sbagliare alcun passaggio. Alla fine, quindi, metti insieme tutti gli elementi e ti chiedi se ne vale la pena oppure no».

La terapia Anche Groff tra i lati negativi sottolinea che non c’è possibilità di esercitare la libera professione «anche se, ovviamente, lo stipendio è adeguato». Fatta la diagnosi, il medico arrivato alcuni anni fa a Perugia una possibile terapia da somministrare ce l’ha: «Bisogna creare – spiega – condizioni diverse. Diamo più soldi a chi lavora in pronto soccorso? Più giorni di ferie come per i radiologi? Uno scudo legale? Quel che è certo è che la situazione così è insostenibile».

Sistema da ripensare La strategia dovrebbe essere ad ampio raggio: «Bisogna mettere mano a tutte le componenti del sistema». Il pronto soccorso infatti, dove negli ultimi tempi, con la fine delle misure restrittive, gli accessi sono tornati a crescere in modo notevole, «ormai è visto dalle persone come il modo più diretto di accedere alle cure». Il tema non riguarda solo i troppi codici bianchi e verdi, che andrebbero curati altrove: «Il paziente – osserva Groff – sa che se andrà dal medico di famiglia attenderà ore, dovrà passare altro tempo al Cup per prenotare e poi, dopo giorni, potrà fare degli esami, dopo i quali magari ne serviranno altri, col percorso che ricomincia dall’inizio». Al pronto soccorso, invece, «c’è chi magari dopo alcune ore ti visita, ti fa degli esami e ti prescrive una terapia». La necessità, quindi, è quella di avvicinare laddove possibile le cure al paziente, tagliando gli accessi impropri al pronto soccorso. «Tutto questo però – conclude il medico – non c’è e allora che si fa? Si va al pronto soccorso».

Twitter @DanieleBovi

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