I colleghi di Giuseppe D'Avanzo ieri al Festival di Perugia (foto Manti)

di M.Alessia Manti

«Peppe era una brava persona, è questo che faceva di lui un ottimo giornalista». Peppe è Giuseppe D’Avanzo, firma eccellente del giornalismo di inchiesta e non solo, scomparso improvvisamente il 30 luglio scorso. D’Avanzo è stato ricordato giovedì al Festival Internazionale del Giornalismo dai suoi tre amici e colleghi Attilio Bolzoni di Repubblica, Donatella Stasio del Sole 24 Ore e Marco Imarisio del Corriere della Sera. In un’atmosfera di profonda mancanza si è parlato di lui attraverso ricordi personali, di Peppe come persona in primis, sfatando l’immagine del professionista complicato e serioso. A quasi un anno dalla sua scomparsa il folto pubblico presente alla Sala dei Notari di Perugia è sicuramente una chiara testimonianza di affetto e stima.

Il giornalismo vero «Con lui non ho mai parlato di giornalismo in senso stretto. Lui non parlava di giornalismo ma solo di fatti, notizie. Era una persona semplice, con molta passione per questo mestiere. Scriveva per i suoi lettori e non per il potere, questo è certo». Attilio Bolzoni lo conosceva benissimo: «Era il più vero giornalista che abbia conosciuto. Diffidate dall’immagine che gli era stata cucita addosso, quella del difficile. Perché era uno di quelli che ha firmato più articoli a quattro mani, collaborando con chiunque. Viveva per il suo lavoro e non gliene fregava niente di gerarchie».

Peppe era «tanta roba» Sono cose del genere che riportano l’immagine di D’Avanzo nella vita reale. «Non era quel santone che molti hanno dipinto. Peppe era tanta roba. E’ stato un collega e un amico generoso -ha ribadito Imarisio- l’unico che mi abbia insegnato qualcosa. A lui interessava la sostanza».

Ciò che faceva la differenza I fatti prima delle parole. Per D’Avanzo scrivere un buon pezzo non significava necessariamente scrivere bene. «Ma era comunque molto attento all’utilizzo delle parole. Ogni parola era quella giusta. Era scrupoloso. E questo perché il suo era un giornalismo divulgativo, voleva farsi capire dalla gente, non sfuggiva il dettaglio tecnico, lo spiegava. E anche questo faceva la differenza» ha spiegato la Stasio. Chiamare le cose con il loro nome, avere il coraggio di esprimere un giudizio, indagare tirando i fili del discorso. Con rigore e passione, con fiuto per la verità. Era questo D’Avanzo.

La funzione sociale del mestiere Non una persona di metodo ma semplicemente un giornalista che credeva nella funzione sociale di questo mestiere, lungi da esercizi narcisistici. Uno di quelli che non se ne fanno più. In conclusione Imarisio: «Mi capita spesso, al mattino, di leggere il giornale e di chiedermi rispetto ai fatti del giorno cosa avrebbe scritto Peppe. Ci manca».

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