di Daniele Bovi
In quattro sulla graticola. La giunta regionale nella seduta di lunedì ha ripreso in mano il dossier relativo alla riorganizzazione dei punti nascita della regione. Almeno due o tre, come spiegato in più occasioni nel corso dei mesi, quelli da chiudere secondo quanto stabilito con l’approvazione della riforma della sanità. Tra i criteri che vengono presi in considerazione c’è quello della presenza della struttura di emergenza-urgenza, non presente in strutture come Assisi, Narni, Pantalla e Castiglione del Lago. Ovviamente non verranno chiusi tutti e quattro con un colpo d’accetta ma nel corso del tempo, con un percorso graduale, almeno due sì. La delibera non è ancora stata scritta e dovrà essere perfezionata nei prossimi giorni ma alcune linee guida, delle quali si è discusso proprio durante la seduta di giunta, ci sono già.
Linee guida Troppi, secondo quanto ribadito più volte in occasioni pubbliche anche dalla presidente Catiuscia Marini, gli undici punti nascita presenti nella regione che ora andranno riorganizzati. Un ripensamento complessivo che atterrà tutta l’area materno-infantile, con ad esempio il potenziamento dei consultori e la messa in regime di un sistema standardizzato di trasporto assistito materno (il cosiddetto Stam) e quello neonatale d’urgenza (Sten). E là dove una struttura di emergenza-urgenza non c’è l’idea potrebbe essere quella di procedere con una più stretta integrazione con l’azienda sanitaria di riferimento. Tra i criteri che verranno presi in considerazione il numero di parti effettuati (oltre il 50% dei bambini della regione nasce a Perugia, Terni e Foligno mentre almeno 5 hanno meno di 500 parti l’anno), la posizione geografica e, tra gli altri, requisiti tecnici come almeno due sale travaglio/parto, sale operatorie, ostetrici e anestesisti presenti 24 ore su 24 e così via.
Case del parto Tempi fissati per arrivare alla chiusura al momento non ce ne sono. Ovviamente si tratterà di un percorso graduale ma una decisione su quale sarà la strada intrapresa dovrebbe arrivare tra qualche settimana. Invece sebbene l’idea sia stata accarezzata nel corso dei mesi passati, al momento non sembra essere all’ordine del giorno l’idea di ‘sostituire’ i reparti da chiudere con le case del parto. Meglio note in altre parti d’Europa, sono strutture pubbliche, all’interno di un ospedale, gestite da ostetriche che prendono in carica le pazienti pronte per partorire in modo fisiologico, senza l’intervento chirurgico che comporta più personale e più spesa. Case del parto che, vista la vicinanza con l’ospedale (se sono dentro o vicino un ospedale), garantiscono la sicurezza in caso di emergenza ma che si basano su una filosofia all’insegna di una de-medicalizzazione del parto. Al momento, come accennato, nella delibera in preparazione non se ne parla ma non viene escluso che la proposta di ‘riconversione’ potrebbe anche essere avanzata in modo autonomo dai direttori delle Aziende.
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