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martedì 1 dicembre - Aggiornato alle 18:03

Spoleto protesta e chiede la riapertura del Pronto soccorso. Coop Cerchio: «50 posti di lavoro a rischio» 

Distanziati e uniti da fili di lana: è la catena umana a difesa del servizio. Opposizioni in Regione: «Tesei torni indietro»

Manifestanti in marcia verso il Comune

di Chiara Fabrizi

Fili di lana per restare uniti senza toccarsi e mantenere il distanziamento sociale, rispettando così le prescrizioni anti Covid 19. Sabato mattina una catena umana formata da centinaia di persone ha accerchiato l’ospedale di Spoleto per chiedere almeno la riapertura del Pronto soccorso, chiuso dalle 8 del 23 ottobre a seguito della riconfigurazione del San Matteo degli Infermi in ospedale Covid con 70 posti letto. Intanto dalla cooperativa Il Cerchio arriva l’allarme per quasi 50 posti di lavoro: si tratta di dodici operatori della Rsa di Spoleto, 24 dell’ospedale e altri dodici addetti al triage.

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Proteste a Spoleto Non si ferma la protesta degli spoletini per la decisione della Regione che ha disposto anche la chiusura di una lunga serie di reparti, dal Punto nascite alla Chirurgia. La mobilitazione, che era stata annunciata già da venerdì, è scattata puntuale alle 10, malgrado la pioggia abbondante che sta cadendo sulla zona. I manifestanti intorno alle 11 si sono incamminati in fila indiana verso piazza della Libertà, risalendo viale Martiri della Resistenza. Un’altra iniziativa, già portata sul tavolo del prefetto, è stata convocata per le 10 di martedì 27 ottobre davanti al consiglio regionale.

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Rsa da smantellare e 50 lavoratori a rischio La riconversione rischia di avere anche contraccolpi occupazionali. Serenella Banconi, presidente della coop Il Cerchio, sabato mattina, ha spiegato di aver rivolto un appello alla governatrice «affinché si occupi di queste 50 posizioni lavorative la cui situazione, in caso di perdita dell’impiego, andrà a incidere inevitabilmente sulle famiglie e sul tessuto sociale del nostro territorio, perché un provvedimento istituzionale a tutela della collettività non può gettare nel disagio sociale 50 famiglie del territorio, soprattutto quando ci sono alternative possibili». Oltre all’ospedale, spiega Banconi, «anche la Rsa sta per essere smantellata e i suoi ospiti inviati a casa o in altre strutture, al di fuori del loro territorio d’origine: come cooperativa ci siamo già detti disponibili e pronti a collaborare per un rientro immediato di tale servizio nella sede di Terraia, accanto alla residenza protetta già gestita dalla Usl, dove peraltro la stessa Rsa ha avuto la sua sede fino al 2013». Sulla vicenda è intervenuta anche Legacoop con Andrea Bernardoni che chiede «la difesa dei lavoratori e dei servizi sanitari territoriali e offre la massima collaborazione alla Regione, al Comune e alla Usl per trovare una soluzione condivisa a questa situazione emergenziale: la cooperazione sociale si è attivata per trovare delle soluzioni in grado di liberare la struttura ospedaliera mantenendo però i servizi a Spoleto e il trasferimento della Rsa nella struttura di Terraia va in questa direzione». ori. Un provvedimento istituzionale volto alla tutela della collettività non può gettare nel disagio sociale 50 famiglie del territorio, soprattutto quando vi sono alternative possibili”.

«Riaprire Pronto soccorso» A chiedere «l’immediata riapertura del Pronto soccorso e dei servizi di prima emergenza» sono anche i gruppi di opposizione del consiglio regionale che, attraverso Fabio Paparelli, dicono di essere «pronti a presentare in aula gli atti necessari per evitare il protrarsi di questa situazione molto problematica non concordata con istituzioni e comunità locali». Dal Pd al M5s viene rilevato come anche il caso di Spoleto «porti a galla i problemi di una mancata e seria programmazione strutturale, in grado di affrontare questa nuova emergenza: la giunta regionale ha fatto passare invano questo periodo e agisce nella più totale improvvisazione, senza aver programmato per tempo alcunché, con il rischio sia di far ricadere le decisioni sulla salute dei cittadini e sulla efficienza dei servizi sanitari pubblici, che di spingere i cittadini a rivolgersi ai privati, che pure potrebbero andare in affanno».

 

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