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mercoledì 29 giugno - Aggiornato alle 14:47

Primario Rianimazione Covid-19 di Perugia: «Lenta riduzione. No vax? Da medico mi fanno male»

Umbria24 nel reparto, qui solo due pazienti per il virus: «Dato importante, ma gli ospedali devono essere plastici»

Reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Perugia (foto F. Troccoli)

di Fabrizio Troccoli e Chiara Fabrizi

Una «lenta riduzione» dei ricoveri. E «un dato importante: da noi oggi (26 gennaio, ndr) ci sono quattro pazienti in terapia intensiva, ma solo due sono affetti da patologia legata al Covid, ed è quello che mi aspetto accada nelle prossime settimane». A parlare con Umbria24 è il prof Edoardo De Robertis, primario del reparto dell’ospedale di Perugia, secondo cui «in Italia e in Umbria la risposta durante le diverse ondate è stata adeguata a quello che è stato il numero di pazienti in determinati e particolari momenti», ossia le fasi che abbiamo imparato a chiamare picchi. Tuttavia, per il direttore della maggiore struttura complessa di Terapia intensiva e Rianimazione della regione, «fino a quando avremo una circolazione del virus tra la popolazione, continueremo ad avere ricoveri in rianimazione Covid, seppur per altra patologia, e i sistemi ospedalieri devono prevedere questa situazione». Poi ci sono i no vax, le persone che non hanno aderito alla campagna vaccinale: «Ne abbiamo visti molti anche a Perugia, dico solo che da medico mi fanno molto male».

INTERVISTA VIDEO AL PRIMARIO

«Gli ospedali devono essere plastici» Umbria24 è entrata nel reparto del Santa Maria della Misericordia in quella che appare la fase discendente dell’ondata Omicron, la quinta dall’inizio della pandemia, anche se, in Umbria, sono state la seconda e la terza, ovvero quella dell’autunno 2020 e dell’inverno 2021, ad aver generato la pressione maggiore sugli ospedali del territorio, a cominciare da quello di Perugia. «Da allora – ha spiegato il primario – il trattamento dei pazienti positivi non si è modificato di molto, anche se certamente abbiamo stabilizzato alcuni trattamenti, compreso meglio la patologia e applicato con maggiore appropriatezza ciò che ci offre la tecnologia e la scienza». Più precisamente per De Robertis «qualcosa è cambiato nella fase iniziale del virus, ossia per bloccarne l’evoluzione, vedi i monoclonali e altri approcci farmacologici, che però devono essere effettuati in una fase molto precoce dell’infezione», mentre «per i trattamenti intensivologici non è cambiato granché».

FOTOGALLERY

«Risposta a pandemia adeguata» Sulla risposta del sistema sanitario alla pandemia, il prof ritiene che sia stata adeguata sia a livello nazionale che regionale. Mi spiego: noi non stiamo sempre lavorando in condizioni emergenziali, certo da un mese a questa parte abbiamo avuto un altro picco, quindi un ulteriore sovraccarico di richieste alla sanità, ma di fatto prima di ciò la situazione era di maggiore tranquillità e per questo ritengo – va avanti De Robertis – che i sistemi ospedalieri devono diventare plastici, adeguandosi cioè a richieste momentanee per la gestione di un numero elevato di pazienti».

«I sistemi si stanno lentamente adeguando a ondate» La pandemia, però, è iniziata da due anni e anche con l’ondata in corso, quella di Omicron, si è nuovamente assistito alla riduzione e sospensione delle attività chirurgiche programmate in alcuni ospedali dell’Umbria, come d’Italia: «I sistemi si stanno lentamente adeguando, anche sul fronte del personale, dove comunque registriamo ancora carenze, ma questo perché da anni ne soffriamo e in effetti la pandemia è arrivata nel periodo di maggiore fragilità del sistema. Tuttavia – prosegue il prof – ritengo che la risposta sia stata molto adeguata, anche confrontandola con quelli di altri paesi europei, a cominciare dalla Germania dove, come ormai tutti sanno, ci sono molti posti letto di Terapia intensiva, ma di fatto il mese scorso sono andati in forte sofferenza anche loro, determinando la sospensione delle attività ordinarie».

I no vax «Noi in Rianimazione abbiamo visto e curato molti no vax» dice ancora De Robertis, ribadendo quello che ormai dovrebbe essere chiaro: «La vaccinazione serve a proteggere le persone dall’evoluzione della malattia, ciò non toglie che è possibile positivizzarsi anche da vaccinati, sono pochissimi tuttavia i vaccinati che hanno una escalation della patologia e generalmente si tratta di pazienti con significative comorbilità». Per essere ancora più schietto: «Non ho mai visto vaccinati sani finire in Rianimazione e fa male come medico – conclude – dover gestire pazienti che in maniera cosciente hanno rifiutato ciò che la scienza offre oggi in termini di protezione, sono scelte che riconosco come rispettabilissime, ma che per la verità non riesco a comprendere».

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