di Daniele Bovi
Sono quasi 4.500 – per la precisione 4.476 – le persone che versano in condizioni di «povertà sanitaria» assistite nel 2025 in Umbria dagli enti del Terzo settore; un numero in aumento rispetto all’anno precedente. Il dato emerge dal 12esimo Rapporto sulla povertà sanitaria presentato martedì a Roma dal Banco farmaceutico; un’analisi che esplora l’aumento della povertà assoluta e le sue conseguenze sull’accesso alle cure.
Gli assistiti Nel complesso il Terzo settore svolge un ruolo significativo nell’assistenza alla povertà sanitaria anche in Umbria, attraverso gli enti convenzionati con la Fondazione Banco farmaceutico, passati dai 46 del 2017 ai 52 del 2025. Queste realtà durante l’anno in corso si sono occupate di quasi 4.500 persone, rispetto alle 4.033 dell’anno precedente; in media ogni ente assiste 86 individui, leggermente più di quanto accadeva nel 2024 (82). L’analisi del Banco evidenzia una netta prevalenza di cittadini italiani: 2.973, il 15 per cento in più su base annua; molto più contenuto (+4,2 per cento) l’incremento della componente straniera, che nel 2025 raggiunge quota 1.503.
La spesa Venendo alla spesa delle famiglie per le cure, il divario pro capite tra famiglie povere e non povere si attesta in una fascia intermedia. L’Umbria è inclusa dal Banco nel gruppo di quelle in cui il gap è compreso tra 60 e 70 euro, leggermente inferiore rispetto alle regioni con i divari più elevati (che superano i 70 euro). Nel complesso, la spesa sanitaria nel Cuore verde è lievemente più bassa rispetto alle regioni di testa che registrano la spesa più alta, ovvero Valle d’Aosta, Liguria e Lazio. Parlando solo di spesa farmaceutica, quella pro capite oscilla in Umbria fra i 25 e i 30 euro, con un gap tra famiglie povere e non povere che è tra i più alti (15-20 euro).
Rinuncia alle cure Il Rapporto affronta anche il tema della rinuncia alle cure, un indicatore chiave della disuguaglianza sanitaria che misura la quota di famiglie che, per ragioni economiche od organizzative, ha limitato o rinunciato a curarsi. Stando ai numeri del 2023, l’Umbria rientra nella fascia di regioni in cui la percentuale di famiglie che hanno cercato di limitare la spesa sanitaria si colloca tra il 16 e il 20 per cento, mentre l’11 ha rinunciato a curarsi. L’Umbria condivide questa fascia con il Lazio e la Sicilia, collocandosi al di sotto delle regioni del Mezzogiorno dove tale quota supera il 20 per cento (come Calabria, Campania e Puglia). Nel complesso, il Banco nota come la rinuncia alle cure non segua un andamento meccanico basato solo sui livelli di spesa o sul gap economico, ma rifletta una stratificazione sociologicamente complessa che include capitale culturale, risorse materiali, fiducia istituzionale e reti sociali.
Le Case di comunità Un punto dolente, come emerso in diverse occasioni nel corso degli ultimi mesi, è rappresentato dalle Case di comunità, vero e proprio pilastro della riforma dell’assistenza territoriale definita nel post pandemia. Secondo i dati Agenas aggiornati al 30 giugno scorso, sulle 22 previste in Umbria al momento quelle con almeno un servizio dichiarato attivo sono soltanto 6; in termini percentuali, l’Umbria si colloca su questo fronte in una fascia intermedia, bel al di sotto di quelle di vertice come Valle D’Aosta (che le ha attivate tutte), Friuli (93 per cento), Emilia Romagna (75 per cento) e Lombardia (70 per cento). Un’attuazione disomogenea e lenta, con il rischio secondo il Banco che le Case restino gusci vuoti senza personale.
Il quadro Allargando lo sguardo a tutto il paese, nel suo Rapporto il Banco parla di un marcato deterioramento delle condizioni economiche, con famiglie povere che spendono in salute meno della metà – in termini percentuali – rispetto alle famiglie non povere e che tendono a limitare l’accesso a visite specialistiche e accertamenti, concentrandosi quasi esclusivamente sull’acquisto di farmaci. Il Banco critica poi la logica, definita «prestazionale», del Sistema sanitario nazionale dato che questa finisce per favorire la disuguaglianza nell’accesso. Un quadro di fronte al quale si chiede un cambio di paradigma verso un modello di cura relazionale e di prossimità, necessario per la gestione della cronicità e il rilancio della medicina territoriale; un modello dentro il quale il Terzo settore chiede di essere protagonista in termini di co-programmazione dei servizi e di sostegno ai cittadini più fragili.
