Le università italiane tornano a puntare con decisione sul digitale, sull’intelligenza artificiale e sulla scienza dei dati. È il quadro che emerge dalle nuove proposte di corsi di laurea esaminate dal Consiglio universitario nazionale in vista dell’anno accademico 2026/27, raccontato dal Sole 24 Ore. Un orientamento che riguarda da vicino anche l’Università degli Studi di Perugia, chiamata a collocarsi dentro una tendenza nazionale già avviata e che Umbria24 ha seguito negli ultimi anni, segnalando più volte come l’ateneo umbro stia cercando di rafforzare la propria offerta su questi ambiti, senza però rincorrere mode o moltiplicare corsi fotocopia.
A livello nazionale, su 129 nuove proposte di attivazione oltre una ventina ruotano attorno al digitale in senso lato. Ingegneria dell’informazione, intelligenza artificiale, data science e big data rappresentano oggi il terreno più battuto dai rettori, più ancora di sostenibilità e salute. Un segnale che conferma come la competizione tra atenei si giochi sempre più sulla capacità di intercettare la domanda di competenze tecnologiche avanzate e di costruire percorsi formativi attrattivi anche per studenti stranieri.
A Perugia il tema non è nuovo. Negli ultimi anni l’ateneo ha già investito su corsi e curricula legati all’informatica, all’ingegneria dell’informazione e all’analisi dei dati, spesso intrecciandoli con altri saperi, dalle scienze economiche alle discipline umanistiche. L’obiettivo non è tanto l’aumento numerico dei corsi, quanto il loro riposizionamento qualitativo e la capacità di dialogare con il tessuto produttivo e istituzionale regionale.
A quasi sei anni dalla pandemia, gli atenei tradizionali stanno tornando a sperimentare la didattica a distanza, non più come soluzione emergenziale ma come strumento strutturato. Tra i nuovi corsi approvati dal Cun, una parte significativa è prevista in modalità prevalentemente online o mista. Un terreno sul quale Perugia si muove con cautela, consapevole della concorrenza delle università telematiche ma anche della necessità di ampliare il bacino di utenza, soprattutto per le lauree magistrali e i percorsi professionalizzanti.
Un altro snodo centrale è l’internazionalizzazione. Oltre un terzo delle nuove proposte nazionali per il 2026/27 prevede l’erogazione in inglese o in doppia lingua. Anche su questo fronte l’Università di Perugia è già attiva da tempo, con un’offerta in lingua inglese che favorisce da un lato l’aumento degli studenti stranieri e delle collaborazioni internazionali e dall’altro la necessità di garantire qualità didattica, servizi adeguati e una reale integrazione con i corsi in italiano.
Nel contesto nazionale, l’ateneo perugino non figura tra quelli con il maggior numero di nuove attivazioni, ma la partita che si gioca non è solo quantitativa. La crescita dei corsi digitali, dell’intelligenza artificiale e della data science pone anche una questione di sostenibilità accademica e territoriale: evitare la frammentazione dell’offerta, rafforzare i corsi già esistenti e collegarli alla ricerca e al trasferimento tecnologico.
