Studenti durante una lezione (foto ©Fabrizio Troccoli)

di M.T.

Le donne rappresentano quasi sei laureati su dieci in Italia, ottengono risultati universitari mediamente migliori e completano gli studi con maggiore regolarità. Eppure, una volta terminato il percorso accademico, continuano a incontrare più difficoltà degli uomini nell’accesso al lavoro e nelle retribuzioni. È uno dei dati più significativi che emerge dal XXVIII Rapporto AlmaLaurea su percorsi di laurea ed esiti occupazionali, basato sull’analisi di circa 335 mila laureati del 2025 e di 700 mila laureati intervistati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.

Secondo l’indagine, le donne costituiscono il 59,6% dei laureati italiani. Nonostante ciò, a parità di condizioni, gli uomini hanno una probabilità di occupazione superiore del 13,7%. Il divario si amplia ulteriormente in presenza di figli. Le differenze emergono anche sul piano economico: gli uomini percepiscono in media 67 euro netti mensili in più rispetto alle donne. Il rapporto evidenzia come il mercato del lavoro continui a valorizzare meno i percorsi femminili, nonostante risultati accademici generalmente migliori.

Resta inoltre sostanzialmente immutata la presenza femminile nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Nei corsi Stem le donne rappresentano il 40,5% degli iscritti, una quota ferma da circa dieci anni. La presenza femminile continua a essere predominante nei percorsi legati a educazione, formazione, lingue e psicologia, mentre resta minoritaria nell’informatica e nell’ingegneria.

Il rapporto mette in evidenza anche il persistente divario territoriale. Chi vive o lavora nel Nord Italia ha una probabilità di occupazione superiore del 34,8% rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno. La differenza cresce ulteriormente considerando l’area geografica dell’ateneo frequentato. Anche gli stipendi seguono la stessa direttrice: chi lavora nel Nord percepisce mediamente 68 euro netti mensili in più rispetto ai laureati occupati nel Sud.

Un altro elemento riguarda l’origine sociale. La quota di laureati con almeno un genitore laureato è salita al 34,7%, raggiungendo il 46,3% nei corsi magistrali a ciclo unico. Un dato che conferma come l’accesso all’istruzione universitaria continui a essere influenzato dal contesto familiare. L’Italia, secondo i dati richiamati da AlmaLaurea, resta inoltre nelle ultime posizioni europee per quota di laureati tra i giovani di età compresa tra 25 e 34 anni, pari al 31,1%.

Sul fronte occupazionale il quadro generale è comunque positivo. A un anno dal conseguimento del titolo lavora l’81,2% dei laureati di primo livello e l’80,8% dei laureati magistrali, con un incremento rispetto alla precedente rilevazione. A cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione supera il 90%, raggiungendo il 91,7% per i laureati triennali e il 94,4% per quelli di secondo livello. Parallelamente la disoccupazione scende fino al 2,6% a cinque anni dal titolo.

Più complesso il quadro delle retribuzioni. A un anno dalla laurea gli stipendi medi netti si attestano a 1.491 euro mensili per i laureati triennali e a 1.495 euro per quelli magistrali. Al netto dell’inflazione, tuttavia, il potere d’acquisto risulta in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. A cinque anni dalla laurea le retribuzioni salgono a 1.796 euro per i laureati di primo livello e a 1.903 euro per quelli magistrali.

L’estero continua invece a offrire prospettive economiche decisamente più favorevoli. I laureati che lavorano fuori dall’Italia percepiscono stipendi superiori di circa il 60% rispetto ai colleghi rimasti nel Paese. A cinque anni dalla laurea un laureato magistrale occupato all’estero guadagna mediamente 2.941 euro netti al mese contro i 1.840 euro di chi lavora in Italia. Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito sono le principali destinazioni scelte dai giovani italiani.

Il rapporto segnala inoltre una crescente selettività nella ricerca del lavoro. Il 66,9% dei laureandi dichiara di non essere disposto ad accettare una retribuzione inferiore a 1.500 euro netti mensili per un impiego a tempo pieno, una quota più che raddoppiata rispetto al 2016. Cresce anche l’attenzione verso l’equilibrio tra vita privata e lavoro, con la diffusione strutturale dello smart working che coinvolge fino a oltre un terzo dei laureati a cinque anni dal conseguimento del titolo.

Per l’Università degli Studi di Perugia il Rapporto AlmaLaurea 2026 evidenzia alcuni segnali di consolidamento. I laureati provenienti da altre regioni raggiungono il 39,6% del totale, in aumento rispetto al 37,8% dell’anno precedente, confermando una crescente capacità attrattiva dell’ateneo. L’età media alla laurea resta sostanzialmente stabile a 25,8 anni. Il voto medio di laurea si attesta a 103,3 su 110, mentre i laureati stranieri rappresentano il 3,4% del totale. Le donne rappresentano circa il 60% del totale dei laureati contro il 40% degli uomini. Tra i laureati magistrali, il tasso di occupazione a un anno dalla laurea è pari all’81,4%, mentre a cinque anni dal titolo sale al 94,7%.