Uno dei corridori del rifugio (foto F.Troccoli)

di Antioco Fois e Daniele Bovi

In cucina il braciere è ancora caldo e la città galleggia in una colata di pece. È l’ululato della sirena a dissolvere il sonno preoccupato di Perugia. Bisogna alzarsi alla svelta, prendere i bambini e uscire di casa per mettersi al sicuro, mentre il ronzio di uno stormo incombe sempre più vicino. Nella notte senza luna scivolano le sagome dei Bristol Beaufighter con i portelli già aperti, quando il rifugio della Provincia è quasi colmo di persone. Giusto il tempo di chiudere la porta d’acciaio ed il silenzio apprensivo che riempie quei cunicoli umidi cede sotto il fragore delle bombe, in uno sconquasso di ferro e mattoni. Le fortezze con le ali che sorvolano la città stanno sganciando tonnellate di bombe. È il maggio del ’44, gli alleati sono alle porte e gli aerei della Raf fiaccano la città, dai Ponti al centro storico, prima dell’arrivo della fanteria. Per Perugia è la fase più intensa di una guerra già persa.

FOTOGALLERY: DENTRO IL RIFUGIO

Nel rifugio Nel rifugio antiaereo della Provincia rimbomba ancora quell’atmosfera di silenzio e attesa. Dalla fine delle scalette di Sant’Ercolano il sistema di gallerie che si estende fin sotto alla Rocca Paolina ha dato ospitalità a centinaia di cittadini che si riparavano dagli attacchi aerei nella Seconda guerra mondiale. La porta borchiata alla sinistra della chiesa del vescovo patrono (uno dei tre della città) dà accesso al condotto di mattoni scavato nel ’40. Un primo tratto di fango e gocciolio dai soffitti ed ecco il corridoio principale, un pettine i cui denti si estendono sulla destra a intervalli regolari. Quattro in tutto le diramazioni, pochi metri ciascuna, coi resti sfaldati delle panche murate alle pareti, uniche sedute del rifugio, e piccole stallattiti dai soffitti. Buio pesto e una foschia umida accompagnano i visitatori anche nella seconda parte di quel cunicolo ricoperto di mattoni d’argilla. La volta stondata si alterna in lampadari e portalampada ingabbiati da grate ovali, collegati a resti di impianto elettrico penzolante fissati ai muri da fermi di maiolica.

VIDEO: DENTRO IL RIFUGIO

Infermeria Un tratto di pochi metri unisce la seconda parte, un segmento di corridoio che inizia con un angolo dedicato ai servizi igienici. Sono rimasti gli orinali e i bagni alla turca, mentre l’unico lavandino non ha resistito ai 60 anni passati dagli ultimi utilizzi del rifugio. A metà del tragitto il corridoio si stringe, mangiato quasi nella sua interezza da un muro che delimita una stanza vuota, probabilmente l’infermeria di quel bunker. Ancora avanti una porta socchiusa di mattoni e malta è la via d’accesso a due sezioni di scala a chiocciola in cemento, che salgono quasi per 15 metri d’altezza. Tra l’una e l’altra il sottoscala ha conservato una testimonianza, forse dell’epoca della guerra, in due fiaschetti di cui è rimasta solo la struttura in vetro verde. La paglia, invece, è stata consumata dall’umidità e dal tempo. In cima alla seconda scala, tra detriti e aria consumata finisce il tragitto. Oltre quel soffitto murato c’è la Rocca Paolina, il Cerp, gli spazi espositivi della Provincia. Dove adesso quel diaframma di mattoni sbarra la strada un tempo c’era l’ingresso principale al bunker.

Diciassette incursioni Il rifugio era stato costruito come pertinenza di Provincia e Prefettura, dedicato ai funzionari, agli impiegati pubblici e ai cittadini che abitavano in quella zona del centro storico. In tutto poteva ospitare 300 persone, con servizi igienici e infermeria appunto, ma ne avrebbe potuto accogliere di più se i lavori di ampliamento fossero stati portati a termine. Di questi rimangono i segni nei cunicoli secondari, nei muri finali dei quattro denti del pettine, segnati da picconate. Probabilmente l’ampliamento, già in corso, a un certo punto non era più necessario a causa della fine della guerra, il 20 giugno del ’44. Mesi drammatici per Perugia, sottoposta dall’ottobre del ’43 a 17 incursioni aeree. Obiettivi principali i nodi ferroviari e stradali, le industrie, gli acquedotti, l’aeroporto di Sant’Egidio. Principalmente la zona dei Ponti. Ma anche il centro città ha avuto la sua dose di bombe, in via Brunamonti, via Caporali e alla chiesa del Carmine. In tutto 28 morti tra i civili e una città a pezzi: 3.900 vani distrutti, 2.050 gravemente danneggiati, 8.200 lievemente danneggiati dai bombardamenti è il bilancio stilato dal Genio civile nel ’45 per quanto riguarda le abitazioni private. La morte dal cielo arrivava dall’aviazione britannica, dai Bristol Beaufighter o dai Bristol Blenheim della Royal air force, in squadriglie specializzate nelle missioni notturne. Anche i tedeschi in ritirata si lasciarono montagne di macerie alle spalle in azioni di sabotaggio. Ponti ed edifici, come l’incrocio tra via XIV Settembre e corso Cavour, ai Tre archi, quasi raso al suolo.

La mappa «A Perugia – spiega a Umbria24 Francesco Imbimbo, archivista – c’era una rete di locali usati come rifugi antiaerei. Oltre a quello scavato appositamente accanto a Sant’Ercolano, sotto via Marzia, i documenti storici rivelano l’esistenza di un rifugio nei pressi di corso Cavour, vicino all’auditorium marianum, a San Francesco al Prato e a Santo Spirito. Anche la galleria Kennedy, prima che venisse ultimata, veniva utilizzata per offrire riparo alla cittadinanza». Il bunker di Sant’Ercolano, che pochi perugini hanno visitato, viene saltuariamente riaperto per visite guidate, ma il tentativo di trasformarlo in un museo non è mai andato in porto. Proprietà statale, e gestito dalla Provincia di Perugia, qualche anno fa sarebbe potuto passare di mano. Col federalismo demaniale era stato offerto a cascata agli enti locali, che l’avrebbero potuto anche vendere a privati per un valore stimato di circa 74 mila euro. Quello che è un luogo segnato da fascino della storia non è sembrato un buon affare per le amministrazioni pubbliche, che hanno declinato l’invito del Demanio. Il bunker è rimasto pubblico e non verrà messo all’asta, ma è rimasto anche chiuso e dimenticato.

@AntiocoFois
@DanieleBovi

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