Al centro Massimo Pici, a destra Franco Parlavecchio (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Posti aperti ai giornalisti, regolati e gestiti da strutture umanitarie per «togliere dalla strada la manovalanza», difficile da combattere con le ‘armi’ delle regole attualmente in vigore e fatta di spacciatori al 90% provenienti dalla Tunisia, in particolare da Tunisi. Dopo le polemiche delle settimane scorse sull’idea di aprire in provincia di Perugia un Cie (i Centri per l’identificazione e l’espulsione), il sindacato di polizia Siulp e il segretario del Pd di Perugia Franco Parlavecchio hanno partecipato mercoledì ad un forum aperto sul tema organizzato nella redazione del mensile Piacere Magazine, diretto da Matteo Grandi. Un’occasione per tornare a chiedere il Cie e un consolato tunisino in città per rendere più rapide le operazioni di identificazione ed espulsione. Nella sala i poliziotti della sezione immigrazione, della criminalità organizzata e di quella diffusa, della squadra mobile e dei reati contro la persona.

Impotenza Ascoltando i loro interventi si percepisce non la resa ma un sentimento di impotenza: «Oltre 300 arresti come quelli fatti dalla questura di Perugia – spiega Mauro Bigini della sezione criminalità organizzata – non li fa neanche quella di Firenze. E a fronte di ciò il problema è risolto?». «Non servono a nulla» commenta amaro Maurizio Monti della Mobile. Il discorso vuol essere pragmatico e non ideologico: «Non abbiamo alcun pregiudizio e ci stupiscono le polemiche – dice il segretario Massimo Pici -, i Cie sono uno strumento dello Stato. Certo, ci sono le degenerazioni e sono da evitare. Non andremo di sicuro a cercare le badanti o quelli che sbarcano il lunario».

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Parlavecchio: ho detto cose banali «Ho detto cose banali e semplici – dice Parlavecchio che spiega anche di aver querelato chi l’ha insultato dopo la sua uscita – parlando a titolo personale. C’è un problema e occorre risolverlo e ho voluto ascoltare, per risolverlo, chi opera sul territorio. Dal mio partito mi hanno attaccato mentre nei bar le persone mi ringraziano». Ad ascoltare in sala ci sono il capogruppo del Pd in consiglio comunale Francesco Mearini e Francesco Giacopetti della segreteria, l’uomo che i rumors indicano come possibile successore di Parlavecchio: «Di certo – prosegue Parlavecchio – l’idea non è quella di farla solo a Perugia ma in ogni regione. Dev’essere una strategia nazionale. Io non ho parlato alla pancia dei cittadini ma alla testa». Lo strumento del Cie servirebbe a sconfiggere quello che viene visto come il nemico pubblico numero uno della città , ovvero lo spacciatore tunisino, spesso arrestato già 4-5 volte e difficile da espellere. Dal racconto dei poliziotti emerge un quadro fatto di una manovalanza tunisina che ormai sfida a viso aperto i poliziotti sapendo di poter contare su una rete di connivenze e di rischiare poco.

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Ci saltano addosso «Si sentono autorizzati a saltarci addosso – dicono – sanno che non rischiano. Ormai lo scontro fisico è quasi quotidiano. Una volta ci hanno sventolato in faccia i permessi di soggiorno». Persone affascinate dall’idea dei grandi guadagni che si possono fare, le cui famiglie sono consapevoli del ‘lavoro’ che il ragazzo viene a fare. Dalle intercettazioni telefoniche, più che del carcere i tunisini sembrano avere «il terrore del Cie», definito «strumento indispensabile per togliere la manovalanza dalla strada». «Le persone – continua Bigini – ci rimproverano che noi non combattiamo la criminalità organizzata. Noi invece ci pensiamo ma a queste dobbiamo togliere la manovalanza, e a Perugia ce n’è tanta. Se togliamo fisicamente queste persone dal territorio ci sarà meno interesse a portare grandi quantità di droga. A Tunisi si direbbe che a Perugia non si può più venire».

I soldi Roscioli della sezione criminalità diffusa invoca anche il dialogo con le autorità di Tunisi, allo scopo di mettere in piedi un accordo di collaborazione che preveda anche una sorta di ‘pubblicità’ che faccia passare un messaggio contrario a quello che circola ora: «I soldi veri – dice – li fanno in pochi. Moltissimi vivono in tuguri fatiscenti e i soldi se ne vanno all’estero». Spesso, tornano in Tunisia dove vengono investiti nell’economia. Anni fa, fu accertato che uno dei capi esportò qualcosa come due miliardi di lire. Monti, della squadra mobile, parla del lungo (e costoso) lavoro fatto di intercettazioni, pedinamenti, arresti «e dopo pochi giorni sono liberi. Con un Cie invece li prendiamo e li mettiamo dentro se sono clandestini. Sono disperati che non hanno paura ad entrare e uscire dal carcere. Dopo il primo arriverà magari un secondo ma non il terzo. Del Cie hanno paura, lo sappiamo che è così perché li ascoltiamo».

I problemi  I problemi connessi all’identificazione e all’espulsione sono tanti e Burzigotti, della sezione apposita, spiega come funziona il meccanismo: «Un tunisino – dice – non ha mai passaporto, si prendono le impronte e il consolato ci mette tre mesi per identificarlo. Altri due servono per ottenere un lasciapassare per farlo salire su un aereo». Nel frattempo lo spacciatore rimane in giro, magari gravato solo da un obbligo di firma perché senza dimora («ormai ci sfidano: uno arriva in questura in taxi»). Arrivato il decreto di espulsione approvato anche dal giudice di pace, se lo spacciatore clandestino occorre portarlo a Trapani serve un aereo (da Roma perché Ryanair a Perugia non vuole questi passeggeri), il sì del comandante del velivolo e tre persone di scorta. Costo, circa tremila euro. Al massimo le compagnie aeree accettano quattro persone per le quali servirebbero dieci poliziotti di scorta. Per andare in altre zone d’Italia dove ci sono i Cie invece, si va su strada con due o tre uomini impegnati per due giorni. Più semplici le cose con altri paesi come l’Albania: visti gli accordi basta la fotocopia di un documento, in 7-10 giorni arriva il titolo di viaggio e si può rimpatriare. Ma il più delle volte le pratiche sono lunghe e complesse. «Ci sentiamo un esercito senza armi».

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