Una veduta del centro di Perugia (©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Ripensare la sicurezza per andare, anche a Perugia, oltre il concetto di repressione e controllo, così da costruire un sistema che tenga insieme giustizia sociale, coesione territoriale e partecipazione collettiva. A sostenerlo è la professoressa Sabina Curti, docente di Sociologia del diritto e della devianza all’Università di Perugia, nel corso di un’intervista a Umbria24 nella quale ha commentato i numeri sull’andamento dei reati nel capoluogo negli ultimi 15 anni.

Le trasformazioni Un periodo certamente difficilissimo segnato, tra le altre cose, dalla peggior crisi economica degli ultimi decenni e poi dalla pandemia. Dal 2009, sottolinea Curti, anche l’andamento dei reati ha subito delle trasformazioni: i numeri mettono infatti in evidenza non solo una diminuzione complessiva dei crimini ma anche nuove minacce percepite dai cittadini: «Alcuni eventi di grande portata come la pandemia – dice – hanno modificato la tipologia dei reati». Il calo dei furti, ad esempio, non è stato lineare: «Se durante la pandemia si è registrata una riduzione, con il ritorno alla normalità i numeri sono tornati a crescere».

I REATI A PERUGIA DAL 2009 AL 2023: L’ANALISI

Reati informatici Il numero delle rapine è invece rimasto stabile e si tratta di episodi «molto gravi sui quali non sembra aver inciso nulla». Uno dei cambiamenti più significativi riguarda certamente i reati informatici, in fortissimo aumento: «Un segno dei tempi» che parla anche della necessità di lavorare su più fronti – spiega Curti – con competenze adeguate sia da parte degli organi preposti che dei cittadini. L’insicurezza, quindi, assume nuove forme anche in linea con i cambiamenti del mercato.

Sicurezza Ma non si tratta solo di numeri: a essere cambiato negli ultimi decenni è stato anche il concetto stesso di sicurezza. «Fino agli anni Sessanta – osserva la docente – si parlava di assistenza, previdenza e protezione sociale; in generale quindi di elementi legati al welfare. Negli anni Novanta, invece, la sicurezza è diventata un bene di consumo, uscendo dalla sfera pubblica per passare a quella dell’impresa». Il risultato? «Una privatizzazione della sicurezza che ha introdotto una forte componente tecnologica, ma che spesso non ha dato i risultati sperati». Telecamere e allarmi, infatti, non sempre garantiscono maggiore sicurezza: «se non c’è nessuno che analizza i dati o se le telecamere sono “finte”, servono solo a rassicurare. Tantissime ricerche fin dagli anni ’90 parlano del flop delle politiche basate sullo sulle telecamere». Non tutte le famiglie, poi, possono permettersi un sistema di allarme.

Istituzioni e cittadini Questo scenario ha portato dei cambiamenti anche nel rapporto fra istituzioni e cittadini: «Negli anni Novanta – racconta – la figura del cittadino si è trasformata: da titolare di diritti a “consumatore” di sicurezza. Questo ha generato una sfiducia crescente nelle istituzioni e un senso di solitudine di fronte alla criminalità, che spinge anche a ricorrere al fai da te». Per la professoressa Curti, è quindi fondamentale «ricostruire un legame di fiducia tra cittadini, amministrazione e forze dell’ordine, anche attraverso presidi di sicurezza».

Sindaci nel mirino In questo quadro nel corso degli anni molto è finito per scaricarsi sui sindaci di ogni colore, messi nel mirino dai cittadini e, a targhe alterne, dalle opposizioni. La sicurezza è essenzialmente una materia statale, affidata alle forze dell’ordine sotto il coordinamento del prefetto; i sindaci possono emettere ordinanze, partecipano ai comitati per l’ordine e la sicurezza, gestiscono la polizia municipale e possono affrontare il tema sicurezza in senso ampio, ad esempio con interventi sul fronte urbanistico e sociale. Spesso però il tema viene strumentalizzato politicamente, anche perché “sparare” al sindaco richiede meno coraggio politico ed è in generale meno rischioso che criticare chi gestisce l’ordine pubblico nelle città. L’amplificazione di ogni singolo episodio, inoltre, impatta sulla percezione che hanno i cittadini.

Un gioco di squadra Quel che è certo è che la sicurezza è un gioco di squadra: le politiche di sicurezza, dunque, non possono limitarsi alla repressione dei reati, ma devono inserirsi in un quadro più ampio in grado di tener conto di fattori economici, sociali e educativi. Anche a livello europeo poi, spiega Curti, l’approccio è mutato: «L’UE – dice – lo ha modificato nel corso del tempo incentivando maggiormente progetti che integrano urbanistica, formazione e riqualificazione sociale; il tutto con l’obiettivo di tenere insieme i contesti sociali».

Prevenzione Nonostante l’attenzione mediatica sui fenomeni criminali, alcune iniziative locali e nazionali stanno portando cambiamenti concreti, spesso sottotraccia. «I Comuni – racconta Curti – lavorano sempre di più sulla prevenzione con una progettualità sociale diffusa, in sinergia con il terzo settore e il privato sociale. Se queste buone pratiche si moltiplicano, possono generare effetti positivi su larga scala». Infine, il concetto di sicurezza non può prescindere dalla percezione dei cittadini. «Una città è sicura non solo se si riducono i reati, ma anche se aumenta la fiducia tra le persone e nelle istituzioni». La paura, infatti, non è solo una reazione naturale, ma anche un elemento che può essere utilizzato per fini politici: «Con la sicurezza e la paura si vincono le elezioni».

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