di Daniele Bovi
Come si potenzia il ruolo della lingua e della cultura italiana nel mondo? Qual è lo stato dell’arte della lingua del Belpaese fuori dai confini nazionali? Come intercettare la domanda che c’è in un mondo dove negli ultimi 12 anni la classe media, quella che potenzialmente può essere interessata alla cultura italiana, è cresciuta di un miliardo di persone? Qualche risposta hanno provata a darla i direttori degli Istituti italiani di cultura nel mondo che mercoledì, all’Università per stranieri di Perugia, si sono riuniti per quella che in passato è stata una parte integrante della missione storica dell’Ateneo perugino. Oltre 70 i direttori che hanno partecipato e di fronte ai quali il rettore Giovanni Paciullo ha promesso che l’Università continuerà a fare la propria parte.
La conferenza «Sentiamo forte la responsabilità – ha detto – di aver anticipato, con la fondazione del nostro Ateneo nel 1925, l’alta missione degli Istituti italiani di cultura, ovvero la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Dobbiamo essere il litorale di una speranza, la cima dell’approdo di una lingua e di una cultura che hanno il portato della solidarietà». Accanto a Paciullo ci sono il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, il presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi, la scrittrice Dacia Maraini, il dg della Fondazione Triennale di Milano Andrea Cancellato, il presidente dell’Accademia Santa Cecilia Bruno Cagli, il dg del ministero degli Esteri per la promozione del sistema Paese Andrea Meloni e anche l’imprenditore umbro Brunello Cucinelli.
Fare squadra Filo rosso di molti interventi è stato il concetto di rete, la necessità di fare squadra. Nella sua relazione introduttiva Riccardi lo ha spiegato bene parlando del bisogno di una «estroversione», ovvero di una proiezione e di una maggiore attenzione verso l’esterno della cultura italiana: «Bisogna investire – ha detto – nell’italsimpatia, fondata non su miti effimeri bensì sulla realtà del Paese, e nell’italofonia, connettere pezzi di patria e pensare all’identità come a un punto da raggiungere. Ma per fare tutto questo occorrono investimenti, capacità di fare sistema e un network, specialmente per chi come noi non ha un commonwealth o una francofonia». Secondo Riccardi uno scarto tra la domanda di italianità che c’è nel mondo e un’offerta non ancora al pari livello c’è.
Potenza inconsapevole Giro ha parlato di una «grande potenza culturale inconsapevole», definizione calzante secondo Maraini. La scrittrice di Fiesole ha ricordato come l’italiano sia la quarta o quinta lingua più amata e parlata nel mondo, nonostante in Italia la si bistratti infarcendola di anglismi: «Come mai – si chiede – siamo così poco attenti alla nostra lingua? Per essa serve protezione e diffusione; e chi meglio degli Istituti può svolgere questa funzione?». Anche per la scrittrice c’è poi la necessità «di creare una rete perché si nota un’assenza di visione. Gli Istituti sono isolati mentre là fuori c’è un’Italia diffusa che sta crescendo. E su tutti questi temi non si può tagliare». Recuperare le scuole di canto è un altro tema che Cagli mette sul tavolo, sottolineando come l’italiano «sia stata la lingua della musica dal Rinascimento in poi».
Design Un patrimonio importante tanto che Giro ha annunciato di puntare all’inserimento del melodramma tra i beni immateriali tutelati dall’Unesco. Dire Italia poi in molti casi è dire design, e un’occasione per parlarne ad alti livelli sarà la triennale che aprirà a Milano nel 2016: «L’Italia – ha spiegato Cancellato – è il punto di riferimento. A Milano chiameremo tutto il mondo per discutere del futuro del design». Nel pomeriggio poi si sono tenuti seminari di gruppo focalizzati su particolari aspetti della promozione culturale, delle relazioni culturali e della diffusione della lingua italiana nel mondo. La conferenza proseguirà giovedì e venerdì nella sede del ministero degli Esteri.
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