di Paolo Belardi
Le perplessità sollevate dai lavori che, da qualche giorno a questa parte, stanno interessando la facciata della sede perugina del Monte dei Paschi di Siena, che è stata realizzata nel 1979 lungo via XX Settembre su progetto di Bruno Signorini e che forse incarna l’architettura più interessante realizzata negli ultimi cinquant’anni nel capoluogo umbro, mi hanno spinto a dare un contributo per rimarcare l’importanza del restauro (e non della manutenzione, che come noto è tutt’altra cosa) dell’architettura contemporanea. Anche in Umbria. Così come già avviene nel campo dell’arte contemporanea, dove esistono già competenze specialistiche qualificate e dove nessuno si sognerebbe di ignifugare una combustione di Alberto Burri con una vernice intumescente o di consolidare le lamiere di una scultura zoomorfa di Brajo Fuso con una rivettatura inox. Mentre è evidente che, nel caso dell’edificio concepito da Bruno Signorini come muro-abitato (su cui hanno scritto recensioni illuminanti Fabrizio Fiorini e Mario Pisani), le cicatrici grigie che offendono l’integrità dell’immagine originale (un vero e proprio “patchwork bianco”) legittimano di per sé il sospetto che stia avvenendo qualcosa del genere. Il che dovrebbe preoccuparci non poco. A meno che siamo arrivati al punto di bypassare il problema della tutela dell’architettura contemporanea avallandone la demolizione.
FOTOGALLERY: L’EDIFICIO E I LAVORI
Precarietà costruttiva Così come è già avvenuto per l’ex pastificio di Ponte San Giovanni (firmato da Dino Lilli), per gli shed dell’ex tabacchificio di via Cortonese (firmati da Pier Luigi Nervi) e per l’ex mattatoio comunale di via Palermo (firmato da Claudio Longo). E così come potrebbe avvenire per una qualsiasi delle numerose architetture umbre del secondo Novecento censite prima dal Mibact e poi da Docomomo (nei cui elenchi è compresa anche la sede perugina del Monte dei Paschi di Siena). Provo a spiegarmi ripartendo dalla storia. Sappiamo tutti che, nel nostro paese in generale e nella nostra regione in particolare, il patrimonio edilizio recente è omologato dalla precarietà costruttiva di muri che non isolano, di solai che non tengono e di tetti che non coprono. Il che, oltre a incidere negativamente sull’efficienza energetica e oltre a tradire l’inabilità a garantire la sicurezza antisismica, contribuisce in misura decisiva alla rovina paesaggistica di un ambiente disseminato di intonaci scrostati, di scossaline arrugginite e di pannelli ammuffiti. A ben guardare, però, le cause di tale degrado non sono imputabili solo e soltanto alla negligenza degli addetti ai lavori. Perché, nonostante le innegabili responsabilità dei progettisti (sempre meno interessati a controllare il processo costruttivo, anche perché distratti dalla complicata risoluzione dei rebus normativi) e degli imprenditori (sempre meno interessati a costruire a regola d’arte, anche perché disincentivati da un mercato immobiliare indifferente alla qualità esecutiva), le ragioni dell’estrema deperibilità dell’edilizia recente sono di natura culturale.
Nel degrado Perché le “licenze costruttive” fanno parte integrante del Dna del Movimento Moderno, che ha sempre predicato la necessità della sperimentazione tecnologica (rendendo ogni edificio un “unicum” dal punto di vista tipologico) e che comunque non ha mai fatto mistero né della propria predilezione per le forme stereometriche (tanto da bandire dal proprio repertorio stilistico qualsiasi forma di gronda e di gocciolatoio, accelerando l’ammaloramento degli intonaci) né della propria propensione per le performance estemporanee (tanto da identificare la bellezza con l’instabilità formale, annullando i margini tra arte e architettura). D’altronde, a dispetto delle ripetute professioni di fede nel progresso tecnologico, l’interesse dei pionieri della modernità per gli aspetti estetici è stato talmente forte da prevaricare quello per gli aspetti pratici, lasciandoci in eredità capolavori concepiti più come manifesti programmatici piuttosto che come beni immobiliari. Il che vale anche per l’Umbria, dove non mancano le architetture d’autore che versano nel degrado: sia tardomoderne (dall’asilo d’infanzia Borletti di Marco Zanuso a Gubbio all’istituto per geometri di Vittorio De Feo a Terni fino alla chiesa di San Lorenzo di Piero Sartogo a Bevagna) sia postmoderne (dal centro direzionale di Aldo Rossi a Perugia al Palazzetto dello Sport di Gian Carlo Leoncilli Massi a Bastia Umbra fino al circolo canottaggio di Francesco Cellini a Baschi).
Identità culturale Opere apparentemente diverse tra loro, ma in realtà accomunate dal fatto che, per l’appunto, hanno anteposto l’esibizione ideativa all’efficienza costruttiva, palesando una fragilità congenita che è stata spesso causa d’indecorose infiltrazioni acquifere e di sconvenienti efflorescenze saline. Ma anche opere che hanno richiesto (e richiederanno) interventi di recupero ragguardevoli, che a loro volta hanno comportato (e comporteranno) il rischio di stravolgimenti sia figurativi che tipologici, se non addirittura di tentazioni demolitorie. Mentre è evidente che esse, anche se non hanno ancora compiuto i fatidici settant’anni di vita (soglia che, come noto, garantisce un minimo di tutela vincolistica), meriterebbero maggiore riguardo. E maggiore sensibilità. Perché, seppure apparentemente paradossale, è proprio la fragilità costruttiva, e con essa la difficoltà di manutenzione, a certificarne l’identità culturale. Non è infatti difficile rendersi conto del fatto che le opere più rappresentative dell’architettura italiana recente sono state proprio quelle programmaticamente effimere ovvero quelle svincolate dalla rispondenza funzionale e deputate alla veicolazione ideologica. Penso al Teatrino Scientifico di Franco Purini e al Teatro del Mondo di Aldo Rossi. Così come penso alla “Via Novissima”, allestita da Paolo Portoghesi in occasione della Biennale di Venezia del 1980.
Un percorso dedicato Ma soprattutto, tornando alla nostra realtà regionale, penso al padiglione espositivo della Fiera dell’Antiquariato disegnato dallo stesso Portoghesi insieme a Carlo Aymonino all’indomani del tragico rogo di Todi: una tendostruttura ritmata da una sequenza di arcate lignee e riparata da un tessuto in fibre di poliestere, che è stata pubblicata dalle riviste internazionali più rinomate e che campeggia sui testi critici più accreditati, ma i cui resti sono dispersi in un qualche deposito di periferia. Mentre sarebbe stato opportuno recuperarli, restaurarli e rimontarli per eleggerli a patrimonio identitario. Così come è stato fatto nel 2004 a Genova con il Teatro del Mondo di Aldo Rossi. Perché il limite di noi umbri, anche nel caso dell’architettura contemporanea, è di vivere senza la consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che abbiamo: sempre ancorati nostalgicamente al passato remoto, tanto che preserviamo gli annessi più irrilevanti del patrimonio edilizio rurale, ma nella totale amnesia del passato recente, tanto che lasciamo abbandonati a se stessi i capolavori del patrimonio edilizio contemporaneo. Forse, liberandoci dalla sindrome vernacolare che ci affligge dal 1939 (anno in cui fu chiusa la Scuola di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Perugia e il territorio divenne preda di progettisti inadeguati), potremmo fare di necessità virtù, abbracciando la contemporaneità e impegnandoci tutti di concerto (Università, Istituzioni, Ordini professionali ecc.) nell’istituzione di un percorso formativo specialistico dedicato al restauro dell’architettura contemporanea.
