L'ingresso di un condominio di case popolari

di Daniele Bovi

Un lavoro, per così dire, ‘scientifico’, numeri alla mano, per escludere chi non è italiano o quantomeno chi non risiede a Perugia da almeno 15 anni dall’accesso alle case popolari messe a bando recentemente dal Comune? Tutti i protagonisti della vicenda, da chi ha presentato la proposta di delibera fino al sindaco Andrea Romizi, giurano ovviamente che non è così ma qualche sospetto viene ascoltando la registrazione della seduta datata 21 aprile 2015 (dal minuto 6) , quando il consiglio comunale approvò l’atto presentato dai Fratelli d’Italia Clara Pastorelli e Stefano Mignini e dal forzista Carlo Castori. A illustrare le modifiche al regolamento comunale per l’accesso alle case popolari, in apertura di seduta, è proprio Pastorelli che parla di un «lavoro tecnicamente ineccepibile e di buon senso», premettendo che «non c’è nessun intento discriminatorio o razzista» bensì quello di «evitare una discriminazione al contrario» a danno degli italiani.

LA SEDUTA DI APRILE 2015

Le proiezioni A quel punto la consigliera spiega che sulla proposta c’è stato il parere tecnico positivo degli uffici (in particolare della dirigente Roberta Migliarini, dell’area Servizi alla persona), tassello di un «iter lungo», fatto di una «collaborazione approfondita con l’assessore Cicchi» e anche da uno «studio» delle «proiezioni sulla questione punteggio». Simulazioni basate sui «dati della residenza – sottolineava in aula Pastorelli – degli stranieri a Perugia». Quindi le modifiche al regolamento sono state fatte analizzando «la loro presenza sul territorio grazie agli uffici dell’anagrafe per capire proprio se la loro presenza (degli stranieri, ndr) sia o meno di lungo corso». Visti i numeri, sul tavolo viene messa «la riflessione circa la possibilità di elevare il numero di anni di residenza per favorire gli italiani oppure estendere il criterio di residenza non solo al comune ma al territorio regionale». La strada che viene scelta è chiara.

VIDEO – ROMIZI: «REGOLE NON PER FAVORIRE ITALIANI»

Il disagio La legge 23/2003 della Regione, istituzione competente in materia per quanto riguarda la programmazione del settore edilizia residenziale, fissa i criteri di accesso e dà la possibilità ai Comuni di individuare «eventuali condizioni di disagio aggiuntive» e di determinare quindi «i relativi punteggi da attribuire, complessivamente, fino a un massimo di punti quattro». I punteggi delle graduatorie, è bene ricordarlo, non sono dell’ordine di centinaia e neppure di decine: quello massimo attribuito da palazzo dei Priori nel bando 2014 è infatti 18; quattro punti, dunque, incidono in modo significativo e possono essere quelli che decidono chi ha in mano le chiavi dell’agognata casa e chi no. Il ‘vecchio’ regolamento attuativo votato a marzo 2014 dall’allora consiglio comunale, distribuisce i punti in questo modo: uno a famiglie con figli tra i 10 e i 26 anni, purché studenti o fiscalmente a carico; uno al richiedente che ha la residenza nel Comune da almeno 10 anni continuativi (quindi il criterio della residenzialità aveva già un suo peso); due a quel nucleo famigliare che nei due anni precedenti il bando ha dovuto vivere un licenziamento, la morte dell’unico percettore di reddito, il mancato rinnovo di un contratto a termine o la fine di un’impresa oppure di un’attività professionale.

I DATI: IN UMBRIA 80% DELLE CASE ASSEGNATE A ITALIANI

Cosa cambia La modifica votata ad aprile 2015 interviene sull’articolo 5 assegnando due punti invece che uno al richiedente che abita a Perugia da almeno 10 anni e poi 4 a coloro che sono in città da almeno 15 (in entrambi i casi la residenza deve essere continuativa). I punti relativi a figli, licenziamenti, decessi, residenza e così via sono cumulabili fino a un massimo di quattro. Insomma, a punteggi invariati la residenza può diventare un fattore più pesante, ai fini della graduatoria, di altri casi di evidente disagio sociale. A dire sì alla proposta è stata l’intera maggioranza, mentre i consiglieri del Movimento 5 Stelle si sono astenuti e quelli di Pd e Psi hanno deciso di non partecipare al voto in segno di protesta. Quel giorno Pastorelli a sostegno della presunta discriminazione parlò delle ultime assegnazioni: trenta alloggi dei quali sette a famiglie italiane. Stando però ai dati forniti a consuntivo dell’ultimo bando, quello del 2014 (per quello 2016 c’è tempo per presentare le domande fino al 29 novembre) sono state 1.169 quelle presentate per ottenere un alloggio a canone sociale, quello destinato alle famiglie più povere. Il 33,5 per cento delle domande riguardava italiani, il 7,3 per cento cittadini di Paesi UE e il 59,2 per cento extracomunitari.

I numeri Insomma, se i dati di Pastorelli sono quelli del bando 2014, gli italiani hanno presentato tre domande su dieci e si sono visti assegnare più del 20 per cento degli alloggi. Quanto a quelli a canone concordato (destinati a famiglie meno povere e quindi con un Isee più alto) nel marzo 2015 sono stati assegnati quelli, centralissimi, di via degli Sciri, per i quali avevano precedenza le giovani coppie: di queste, in graduatoria, otto su dodici sono italiane. A Ponte Felcino poi, nel 2014, sono state consegnate le chiavi di 13 appartamenti (in via Serao e in via Mastrodicasa) per i quali la priorità ce l’avevano gli studenti universitari: dei primi 13 nomi i primi due sono di studenti, uno italiano e uno straniero, mentre per quanto riguarda gli altri undici, cinque sono di italiani. Se si guarda poi al ‘saldo’ attuale sul territorio comunale, in attesa di quelli più aggiornati i numeri di Ater di fine 2012 dicono che su 1.510 assegnatari 1.050 (69,5 per cento) sono italiani. Le proporzioni non cambiano se si guarda alla quantità di persone che abitano in queste case: su 3.943 totali 1.189 sono straniere. Principalmente arrivano dal continente africano (15 per cento) mentre quelle da altri paesi europei sono il 7 per cento. Quanto all’Umbria nel suo complesso, le chiavi delle case in otto casi su dieci sono in mano a italiani.

Discriminazione? Non essendoci, come è ovvio, nulla che possa impedire a un italiano di presentare una domanda, il fatto che a farlo sia nella maggioranza dei casi uno straniero è imputabile con tutta probabilità a qualche fattore socio-economico. Senza pretesa di essere esaustivi, non va dimenticato che in Umbria secondo l’ultimo censimento Istat l’84,1 per cento delle famiglie ha una casa di proprietà. Inoltre, mediamente, chi arriva in Italia (per partecipare un bando servono però 24 mesi di residenza e ovviamente un permesso di soggiorno) percepisce salari più bassi, non ha una casa di proprietà e deve convivere con un tasso di disoccupazione più alto di quello registrato tra i lavoratori italiani (nel 2014 il 17 per cento contro l’11 per cento).

Cortocircuito politico La vicenda perugina relativa all’ultimo bando sta anche generando un cortocircuito politico: un pezzo di maggioranza, quella che guarda più a destra, esulta al grido di «prima gli italiani» mentre l’account Facebook ufficiale di Forza Italia, partito politicamente in apnea, posta una foto di Romizi sorridente e, sotto lo slogan «buongoverno azzurro», scrive che il sindaco ha inserito «una clausola che dà priorità agli italiani». Un ‘entusiasmo’ che lo stesso Romizi smorza nel corso di una videointervista a Umbria24 fatta domenica prima della partenza della Marcia della pace: «In politica – dice – si semplifica e si brutalizza, chi ha la pazienza di leggere la delibera capisce che non si dà la priorità agli italiani a discapito di altri ma si mette qualche equilibrio non tanto per gli italiani ma per coloro, italiani e non, che risiedono a Perugia». Eppure qualche sospetto che si sia proprio voluto favorire gli italiani viene benché, come spiega il testo unico dell’immigrazione, gli stranieri hanno diritto a concorrere «in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica».

Twitter @DanieleBovi

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