di Sara Calini
Negli ultimi giorni si sta parlando molto di ulivi. Purtroppo, non solo perché è arrivata la stagione della raccolta, ma a causa dei ripetuti episodi di violenza negli uliveti palestinesi per mano dei coloni israeliani. Moreno Caporalini, che da anni sostiene progetti di cooperazione in Palestina, sta proponendo nuovi aiuti anche per affrontare questa emergenza
Oltre la guerra Pensare al futuro di un Paese prima ancora che quel Paese riesca a immaginarne uno per sé. È questo il principio che guida Moreno Caporalini, project manager di Land per Felcos Umbria, il progetto in Cisgiordania che ha visto l’associazione dei Comuni umbri portare in quei territori cassonetti per la raccolta dei rifiuti, educazione alla sostenibilità e spirito di cooperazione. Quella che a prima vista può sembrare una priorità secondaria in un contesto come quello del conflitto israelo-palestinese, è in realtà una risposta ancor prima della domanda. Cardinalini e i Comuni umbri che hanno collaborato alla realizzazione del progetto si sono subito resi conto che, al di là della guerra combattuta con le armi, ce n’è un’altra in corso: quella contro il tempo. Un conflitto che vede un territorio isolato, privo di spazi e di organizzazione anche per una necessità tanto utile quanto trascurata: la gestione dei rifiuti. Perché, al di là delle vite perse colpo dopo colpo, ce ne sono altre che si perdono per malattia, scarsa igiene e contaminazione delle acque, tutti rischi aggravati dall’assenza di un sistema di raccolta funzionale.

Un territorio che non riesce a far fronte a un bisogno così primario farà molta più fatica a rialzarsi. Processare in modo adeguato i rifiuti significa non solo ridurre i rischi per la popolazione, ma anche creare compost dai rifiuti organici, da utilizzare per rivitalizzare terreni distrutti dalla guerra. «Aree verdi» le chiama Cardinalini, che è il termine tecnico per indicare quelle che diventano poi zone di aggregazione sociale, zone di speranza e dove ritrovare un po ‘di familiarità in giorni in cui di umanità sembra essercene poca. Zone anche in cui sarà possibile coltivare di nuovo.
A Caporalini, spiega ai microfoni di Umbria24, non piace troppo utilizzare il termine resilienza, quando parla dello spirito di iniziativa e cooperazione del popolo palestinese con cui ha collaborato in questi anni complicati. Ma che la si voglia chiamare così o tenacia o determinazione, è questo che sta diffondendo nel territorio con la sua attività. Un progetto che ha riacceso la speranza in 21 municipalità – villaggi – abituati a vivere isolati e a sopportare i soprusi per decenni senza la speranza di un cambiamento. Territori che si sono messi insieme per far fronte ad un problema comune e hanno riniziato a pensare in termini di futuro, guardando ai prossimi 15 anni con fiducia.
Non solo ulivi La stessa tenacia Caporalini la vede oggi, anche se da più lontano, nelle comunità palestinesi aggredite nei loro uliveti dai coloni israeliani. Riceve molti racconti, e lui stesso è stato testimone di questi episodi mentre era in Cisgiordania: persone attaccate mentre raccolgono le olive – in particolare dai Giovani delle Colline, un gruppo estremista di coloni israeliani – che, coperti dall’esercito israeliano, si sono insediati nei territori approfittando del caos.
Come in Umbria, anche in Cisgiordania una vasta parte del territorio – circa il 45% dei terreni agricoli – è costituita da uliveti, pronti per la raccolta, che rappresenta per molte famiglie una risorsa economica essenziale. E non è una novità di questi mesi: da anni i coloni prendono di mira proprio questo periodo, cruciale per la vita delle comunità. Le modalità di attacco sono diverse: assaltano le piantagioni per impedire alle famiglie di raccogliere, arrivano durante la raccolta e le cacciano con la forza, spesso generando feriti e, in alcuni casi, vittime. Non mancano le aggressioni alle donne. A volte, aspettano che la giornata finisca per impossessarsi del raccolto; spesso, gli ulivi vengono tagliati, sradicati o bruciati. Cardinalini ha un piano anche per questo: raccogliere fondi per permettere ai contadini di acquistare nuove piante e metterle a dimora.
«Si può fare», afferma ad Umbria24, quando gli si fa notare che anche quelle potrebbero essere distrutte. «C’è un meccanismo di resistenza che si è sviluppato negli anni e che funziona così: tu distruggi e io ricostruisco, anche se so che l’anno prossimo lo rifarai. È una forma di resilienza, termine che non amo particolarmente, ma è l’unico modo che hanno per reagire, per non arrendersi».
