di Chiara Fabrizi
Un patto tra le massime istituzioni dell’Umbria per «assicurare una concreta alternativa di vita alle donne provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa, che si dissociano dalle logiche criminali e intendono intraprendere un percorso di uscita dalla violenza».
Donne vittime di mafiosi e criminali Questo l’obiettivo del protocollo annunciato lo scorso 27 giugno a palazzo Cesaroni, approvato il 26 aprile scorso dalla giunta regionale con apposita delibera e su cui ora si attende la firma di tutti i soggetti coinvolti, ovvero il procuratore generale Sergio Sottani, i procuratori di Perugia, Terni e Spoleto, rispettivamente Raffaele Cantone, Alberto Liguori e Vincenzo Ferrigno, i due prefetti, Armando Gradone e Giovanni Bruno, l’Osservatorio regionale antimafia, il Centro pari opportunità della Regione Umbria e la rete dei centri antiviolenza (Barbara Corvi, Casa delle donne di Terni, Cav Crisalide-Donne contro la violenza, Liberamente Donna, Maria Teresa Bricca di Città della Pieve).
Protocollo in Umbria Gli obiettivi generali sono indicati all’articolo 3 del protocollo non ancora firmato, ma che si propone di «fornire una rete di supporto nei contesti di criminalità organizzata del territorio regionale, alle donne e ai minori, con l’obiettivo di garantire concrete alternative di vita» e anche di «fornire una rete adeguata di supporto alle donne e ai minori che desiderino affrancarsi dalle logiche criminali e dalla violenza, senza assumere lo status di testimone o collaboratore di giustizia». Come centrare questo obiettivo? Nel patto le parti si impegnano a «definire un programma per garantire protezione e accoglienza alle donne e ai minori vittime attraverso la presa in carico, la messa a disposizione di residenze protette e la costruzione di un graduale percorso di re-inserimento socio-economico».
Reinserimento sociale ed economico In questo senso, tra le azioni che le parti sono pronte ad attivare va segnalata «la creazione di una rete operativa in grado di fornire un supporto economico, logistico, lavorativo e psicologico alle donne con i minori che decidano di dissociarsi dal contesto criminale, con l’obiettivo di garantire anche condizioni ideali per favorire successive aperture, quali l’assunzione formale dello status di collaboratore o testimone di giustizia». In questo senso è previsto un percorso di «valorizzazione delle potenzialità e risorse di cui donne e minori sono portatori, l’offerta di esperienze e opportunità formative/lavorative che rendano concreti i nuovi valori proposti» e «favorire azioni concrete in materia di formazione professionale, orientamento al lavoro e creazione di impresa».
Azioni a tutela della donne Prima del reinserimento sociale ed economico, però, vengono gli interventi a tutela delle donne, a cominciare dalla «messa in rete di soggetti già operanti o che potrebbero operare per combattere la violenza contro le donne, sia pubblici sia del terzo settore e del privato sociale, sviluppando procedure condivise e integrate di intervento e modalità operative per l’attivazione della rete territoriale integrata». Previsto anche il «coordinamento e l’incremento della raccolta dei dati sulla violenza utilizzando strumenti già predisposti» o in alternativa «con procedure ad hoc». E ancora percorsi per «sostenere i nuclei familiari o le singole donne inserite nel programma aiutandoli a riconoscere i bisogni compressi dall’educazione malavitosa e ad operare una rivisitazione critica delle esperienze di vita, al di fuori dei condizionamenti della “famiglia” e del gruppo» e anche «promuovere valide alternative esistenziali attraverso la proposizione dei valori costituzionali e delle regole della civile convivenza, quali la libertà e l’autonomia della propria vita, elementi totalmente in contrasto con la rigidità del sistema mafioso».
