di Maurizio Troccoli
Pace, continua a essere questo il messaggio predominante di Papa Leone XIV, a pochi giorni dalla nomina quando incontra i giornalisti di tutto il mondo in Vaticano. E’ anche il giorno nel quale viene resa nota la telefonata con il presidente dell’Ucraina Zelensky che conferma di avere invitato il pontefice in patria. Ai giornalisti Leone ha espresso la solidarietà della chiesa per tutti quelli che sono in carcere per avere cercato la verità. Invitando i presenti a continuare a farlo per creare le condizioni affinchè i popoli possano scegliere da chi farsi governare. Un messaggio più che chiaro contro le dittature. Ai giornalisti ha anche rivolto un appello a cercare di dare voce a chi voce non ha. Ha poi chiesto una comunicazione di pace, che aiuti a disarmare la terra. Ha anche detto di non credere di tornare presto negli Stati Uniti, rispondendo a una domanda. «Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi – ha sottolineato Prevost -. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante». Il viaggio a Nicea? «Lo stiamo preparando per farlo», è il viaggio che Papa Francesco aveva in animo di compiere per il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Dovrebbe essere questa, dunque, la méta del primo viaggio internazionale di Papa Prevost.
Dai retroscena del conclave non è solo possibile scorgere come si sia arrivati a Prevost, ma cosa ci fosse dietro. Molto dietro. Secondo quanto emerso sulla stampa, dalle testimonianze raccolte, con tutte le premesse ampiamente fatte, al nome di Prevost si sarebbe arrivati velocemente, in quarta votazione, grazie a una operazione politica. Che Sul Corriere della Sera è stata tradotta così dal vaticanista Melloni: il cardinale Parolin invece di fare il papa ha fatto un papa. Nel senso che ad un certo punto ha fatto riversare i suoi voti su Prevost, unendoli a quelli della chiesa delle Americhe, cioè sia ai cardinali statunitensi che a quelli del Sud America. Ha così potuto garantire il profilo più simile possibile a Papa Francesco pur con i suoi inevitabilissimi distinguo. E’ lo stesso vaticanista a raccontare che nel 2023, quando Bergoglio fece Robert Luis Prevost cardinale lo indicò, «a più di uno come il proprio successore». Insomma una sorta di profezia.
Nel pre conclave, va detto, le analisi di numerosi esperti non hanno azzeccato i favoriti: almeno non quelli delle primissime linee, replicando quanto avvenne con Scola precedentemente o con Giovanni Paolo ancora prima, meno con Ratzinger che era dato favoritissimo dopo il Papa Polacco. Ma hanno azzeccato – come avevamo anticipato – il desiderio dei cardinali di avere un papa pastore. Non un teologo quindi alla Ratzinger, ma un missionario, ‘un pastore con la puzza delle pecore’, uno che ama stare tra la gente, ma soprattutto con quelli che dalla gente, sono esclusi. Oltre vent’anni in Perù fanno di Prevost il massimo profilo di pastore che si potesse dare alla chiesa. Attenzione però, parliamo di un matematico, poliglotta, uno che parla fluidamente sei lingue, e che l’epoca del digitale pare averla intuita fino al punto di scegliere il proprio nome di Papa come una risposta a questa. Ai cardinali ha detto che la rivoluzione di questi tempi è una nuova rivoluzione industriale e che la chiesa deve occuparsi e preoccuparsi delle persone che saranno coinvolte in un radicale cambiamento. Anche in questo senso sembra che l’insinuarsi in una epoca con una risposta in tasca abbia qualcosa di profetico. Leone XIV il Papa a cui Prevost si collega, per chi volesse intuirne qualcosa in più, è il primo Papa che consegna la chiesa alla modernità, affermando con la sua nota enciclica che la chiesa non è solo dottrina, spiritualità, fede ma ha una missione sociale, alternativa al socialismo e alla violenza con cui fortemente si connotava all’epoca, ma con un primato dell’uomo impegnato nel lavoro a cui va garantito il giusto salario e la dignità. Per Prevost sembra albeggiare l’impegno per una nuova protezione da offrire all’essere umano nel tempo dell’avanzata tecnologica che richiede una connessione nuova tra le persone e il proprio senso, il perché del loro dovere stare al mondo. Il nome di Leone per Prevost è il più progressista che si poteva dare e probabilmente la sua visione (di cui non si hanno molte tracce non avendo scritto libri e non esistendo raccolte delle sue omelie) lo è altrettanto. Mentre in molti sottolineano quanto su altri fronti invece possa essere moderatamente conservatore. Lo sarebbe sui temi, ad esempio, del ruolo della donna nel diaconato ecclesiastico e sulle aperture al mondo gay. Tutto da verificare ovviamente. Ma valga come premessa alla non netta distinguibilità, all’interno della chiesa, tra progressismo e conservatorismo. E’ chiara invece un’altra distinzione: quella dell’assoluto valore del merito e dell’assoluta irrilevanza delle dinamiche di comunicazione. Contrariamente a quanto si registra in politica.
Abbiamo assistito al primo Conclave in assoluto, ad esempio, raccontato sui podcast, l’ultimo prodotto della narrazione giornalistica, ma allo stesso tempo abbiamo assistito a un conclave che ha presentato al soglio pontificio profili di alto valore culturale, ancorché di incontestabile levatura morale. La Chiesa non è stata ancora toccata dalla fluidità della comunicazione attraverso cui è possibile affermare di tutto e non risponderne. Le dinamiche social non influiscono, ancorché planetarie per dimensione, nel solenne, antico e riservato rito del conclave, dentro il quale uomini si chiudono in contemplazione per provare a individuare il profilo più idoneo a guidare una organizzazione spirituale millenaria, di un miliardo e 400 milioni di fedeli in tutto il mondo.
La progressione di Prevost in conclave come nell’ultimo percorso che l’ha portato al soglio di Pietro sembra, anch’essa scritta con una mano dalla terra e un’altra dal cielo. Un prete di missione in una periferia dell’America latina neppure così centrale, a capo di un ordine quello degli agostiniani non centralissimo tra gli ordini maggiormente noti, rapidamente fatto vescovo, poi cardinale da Francesco e poi titolare del dicastero che disegna la chiesa universale del domani, quello cioè che sceglie i migliori profili delle guide della chiesa in ogni latitudini, ebbene il seme in terra arida è diventato presto il fulgido fiore del campo. Quello di Prevost di questi anni è stato l’ambito della Chiesa con il maggiore rinnovamento generazionale. La sua statura di Papa è sembrata, praticamente a tutti, fin da subito a lui adatta.
Se a qualcuno dovesse venire in mente la domanda: ma quali saranno i suoi primi impegni? La risposta è semplicissima quanto chiara. Prevost dal suo primo discorso e fino al suo primo Regina Coeli da San Pietro si è limitato a dire ‘Pace’. Come se ciò fosse tutto. Pace disarmata, disarmante e umile. Ne ha espresso il dolore che gli provoca come pontefice prima ancora che come uomo, la guerra a pezzi innanzitutto, poi quella all’Ucraina e alla Palestina.
Ma c’è un messaggio che è invece emerso nella sua prima omelia ai cardinali il giorno successivo alla nomina che merita attenzione. Quando ha detto che oggi alla fede si preferiscono altre certezze, quali il piacere, il potere, il denaro. Ha poi aggiunto una riflessione che è una profonda lettura dell’umano, scegliendo queste parole: «Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli o poco intelligenti». Il matematico, l’uomo di scienza Prevost con una impareggiabile delicatezza affonda le mani nella risposta che l’umanità ha pensato di darsi, immaginando di bastare a se stessa. L’umanità avrebbe derubricato la fede a qualcosa per creduloni. Ecco nelle prime parole di Prevost questo suona come un monito alla chiesa, ma anche una esortazione rivolta all’essere umano ad avere cura del sé: dell’anima, dell’equilibrio con il creato e del rapporto con il divino, per recuperare quella pace interiore sempre più sfuggevole.
Tra molti che l’hanno conosciuto in passato Prevost è considerato un uomo dall’umanità larga. Il giornalista Camillo Barone ha raccontato di un incontro con un agostiniano che gli ha confidato: «Una volta sono andato dal superiore generale degli Agostiniani Prevost perché attraversavo un momento di crisi e gli ho detto: vede io mi preoccupo di tutti, ma noto che nessuno si preoccupa per me. Prevost mi ha preso la mano e mi ha detto, ‘ tu non ci crederai ma io mi sto preoccupando per te’». Un altro Agostiniano, questa volta della casa madre degli agostiniani di Milano, il santuario di Santa Rita, ha raccontato di quando una volta insieme a padre Bob, appunto Prevost, erano in un autobus sulle salite per il Machu Picchu e l’autobus improvvisamente si è fermato. Non andava più in moto. Padre Bob ha messo le mani al motore e dopo un suo intervento da meccanico l’autobus è ripartito, rimettendo tutti in viaggio. In questi giorni è stata raccontata anche l’origine nei sobborghi di Chicago di Robert Francis che, tra l’altro porta anche il nome di Robert Francis Kennedy, chiamato, anch’egli chiamato Bob e noto come RFK, fratello di John Fitzgerald Kennedy. Padre Bob, adesso Papa Prevost, di famiglia umile è cresciuto nello stesso quartiere di Michelle Obama, nel South Side di Chicago. Sccegliere la toga missionaria nei sobborghi della Cohicago degli anni 70 è, senza ombra di dubbio, una azione anticonformista, frutto di una profonda motivazione.
Da notare come in occasione delle sue prime parole dalla loggia di San Pietro abbia voluto esprimersi, almeno per un istante in spagnolo, salutando i fedeli del Perù e la grande massa di fedeli cattolici latini. Non ha parlato in inglese. Quei latini, Papa Leone 14, sa come molti di loro stiano affollando le file della deportazione da parte del governo Americano, che tende a connotare sempre di più straniero come responsabile di reato. E’ un tema molto più caro a papa Prevost di quanto forse si sia colto in questi giorni. Dietro alla risposta a Vans, di cui abbiamo accennato in precedenza, c’è anche una operazione che Papa Leone avrebbe coordinato in Vaticano guidando la mano di Papa Francesco. L’esigenza cioè di mettere nero su bianco e scrivere una lettera a tutti i cardinali statunitensi mettendoli in guardia rispetto a quanto si sta compiendo da parte del governo degli Stati Uniti verso gli stranieri, praticamente tutti latini, e il volere sottolineare quanto questo addolori il santo padre, pare sia stata una scelta mossa da Prevost e sostenuta da Papa Francesco. Di questo ne sarebbe a conoscenza il presidente statunitense che, tra le altre cose, (contrariamente a quanto fatto in precedenza dall’allora presidente argentina Chirkner che venne a omaggiare a Roma il primo Papa Argentino), non è stato presente a Roma per salutare il Papa americano.
Tornando per un attimo ancora a quel nome di Papa Leone e alle ragioni di fondo non è possibile allontanarsi troppo dal perimetro agostiniano di questo pontefice. Il nome di Leone risponde anche a questa identità. Infatti Leone XIV tra le altre cose che abbiamo provato a ricordare è stato anche quel Papa che ha particolarmente accarezzato l’ordine degli Agostiniani.
Il confessore di Gioacchino Pecci, Leone XIII appunto, era l’agostiniano Guglielmo Pifferi, da lui nominato vescovo titolare di Porfirio e sacrista del Palazzo Apostolico nel 1887. Su consiglio del confessore, Leone XIII inserì nelle litanie lauretane l’invocazione: «Mater Boni Consilii, ora pro nobis»: infatti erano e sono tuttora gli agostiniani a coltivare la devozione alla Madonna del Buon Consiglio nel santuario di Genazzano. Proprio dove Papa Prevost si è recato il primo giorno di pontificato. Inoltre creò tre cardinali agostiniani: Luigi Sepiacci, Agostino Ciasca e Sebastiano Martinelli. Non dimentichiamo i santi agostiniani del pontificato leonino. Chiara da Montefalco fu iscritta nell’albo dei santi nel 1881 da papa Leone, che l’anno seguente beatificò il sacerdote e mistico Alonso de Orozco (poi canonizzato nel 2002 da San Giovanni Paolo II). Infine la santa più celebre e più invocata di tutto l’ordine: Rita da Cascia, canonizzata il 24 maggio dell’anno giubilare 1900. Infine la famiglia Pecci, particolarmente il papa’ dell’allora pontefice fu l’autore del recupero dopo la confisca da parte di Napoleone, del monastero degli agostiniani di Carpineto Romano, che la famiglia continuò a custodire e proprio sotto il pontificato di Leone XIII gli agostiniani poterono finalmente rientrare nel monastero di Carpineto. Insomma un legame antico che lega l’ordine a quello storico Papa.
Le aspettative sul nuovo pontificato leonino sono alte. Non poteva essere altrimenti per chiunque avesse ereditato la successione a Francesco. L’americano latino sembra avere le idee chiare non temendo il giudizio sul caricarsi dei simboli storici del ruolo, dall’abito indossato all’appartamento, all’auto. Ma allo stesso tempo apparendo fermo sulla destinazione: una chiesa che intende sporcarsi le mani, difendere i lavoratori i deboli, il valore della persona a cui intende offrire un riparo sicuro, con la fiaccola accesa della pace. Sempre possibile.
