Giornata mondiale dell’igiene delle mani, all’ospedale di Terni scatta la campagna di comunicazione permanente che interesserà gli operatori sanitari e gli utenti, pazienti e visitatori, attraverso locandine affisse sopra i lavandini, nelle camere di degenza e negli spazi comuni, brochure informative per i pazienti, spot trasmessi sui monitor presenti all’interno dell’ospedale.
Stretta sull’igiene delle mani in ospedale All’origine dell’iniziativa del Santa Maria c’è la consapevolezza che le mani sono il primo veicolo di trasmissione di microrganismi e il loro corretto lavaggio è la più importante misura di controllo per prevenire le infezioni correlate all’assistenza, cioè infezioni che non sono presenti al momento del ricovero e che compaiono entro 48 ore dall’entrata del paziente nel centro di cura o anche dopo la dimissione. Nella campagna di comunicazione sono anche coinvolte associazioni di volontariato, i pazienti e i familiari tutti chiamati ad adottare adeguate misure per l’igiene delle mani sempre e ovunque, ma in particolare nei luoghi di cura.
Dal Maso: «Essenziale come mettersi la cintura» All’ospedale di Terni è anche stata avviata l’installazione dei dispenser di soluzione disinfettante all’esterno di tutte le camere dei degenti e nei corridoi di tutti i servizi, mentre il personale sanitario è stato già dotato di una spilla (‘Ti sei lavato le mani?’) da portare sul camice per richiamare costantemente l’attenzione di colleghi e utenti sull’igiene delle mani: «Quello che a molti può sembrare un gesto banale – ha detto il direttore generale dell’ospedale, Maurizio Dal Maso – in realtà è la regola base di ogni luogo di cura in termini di sicurezza e qualità dell’assistenza sanitaria. Lavarsi correttamente le mani quando si è in un ospedale equivale a mettersi le cinture di sicurezza quando si è in auto. In Italia si stima che dal 5 all’8 per cento dei pazienti ricoverati (450–700 mila persone) sia colpito ogni anno da un’infezione correlata all’assistenza sanitaria (principalmente infezioni urinarie, infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi) e che per 4.500-7.000 soggetti l’infezione sia la causa principale o accessoria di morte»
