
di Daniele Bovi
Il «medico umile» della diocesi di Orvieto e Todi se ne va, accompagnato alla porta da Papa Benedetto XVI e dalle note del Salve Regina, che ovattate vengono fuori da una delle stanze di Spagliagrano, la casa diocesana che come dal nulla appare in uno dei punti più belli della campagna umbra. In quella camera, molti preti e frati del comprensorio intonano il canto sacro a mezzogiorno in punto, dopo la lettura da parte di Scanavino della lettera con cui Papa Ratzinger accetta la sua disponibilità a farsi da parte. Nella stanza a fianco invece decine di fedeli snocciolano il rosario in attesa che l’ormai ex vescovo di Todi e Orvieto appaia per spiegare le regioni del suo allontanamento.
Le divisioni nella diocesi Al centro del ragionamento di Scanavino le divisioni che minano la diocesi: «L’immagine che mi accompagna in questi giorni – dice – è quella di Cristo Signore medico della Chiesa, medico umile perché si è messo sempre al livello della Chiesa umana». Una chiesa orvietana, secondo il presule, «malata di cancro». Scanavino, ovviamente, non si paragona a Gesù ma sostiene «di essersi sempre messo al livello della Chiesa umana, non riuscendo però a curare questo aspetto della divisione. Questa chiesa ha bisogno di curare questa ferita e questa spaccatura». Con grande forza il presule sottolinea poi come «questa malattia va curata col bisturi, che io non sono riuscito a usare. E dato che non sono riuscito ad usarlo il Papa si è giustamente preoccupato, allora io mi metto da parte non essendo in grado di portare avanti questa operazione».
Dimissioni mai Durante la conferenza stampa Scanavino, più volte interrotto dagli applausi, spiega come il termine «dimissioni» non appartenga al suo vocabolario: «Mi hanno chiesto di farlo – dice – ma non è una parola che appartiene al mio linguaggio». La Congregazione dei vescovi aveva chiesto la sua testa ma lui, nel dicembre scorso, ha offerto solo la disponibilità ad abbandonare se gli fosse stato richiesto. Dimettersi è una cosa, essere cacciati è un’altra. La decisione, al di là dei problemi e dei veleni sparsi nella diocesi negli ultimi tempi, è maturata dopo la morte del diacono Luca Seidita, «una vicenda che mi ha suscitato perplessità». Il 29enne si era suicidato il 30 novembre scorso dopo il «no» al suo sacerdozio ricevuto dal Vaticano. Un diniego fortemente criticato da Scanavino, secondo il quale il diacono Seidita era pronto, a dispetto di quanto affermato dal Vaticano, per affrontare la missione del sacerdozio.
La lettera del Papa Nessun accenno ulteriore è stato fatto sulla vicenda dall’ex vescovo, con Scanavino che nella prima parte si è limitato a leggere la lettera recapitata dal Vaticano mercoledì scorso. Lettera nella quale dopo il «rincrescimento» provato da Ratzinger «per la situazione che si è andata creando nella diocesi», si legge come «Sua Santità, nell’accettare la disponibilità a rinunciare alla guida pastorale, ha apprezzato le motivazioni che hanno ispirato il gesto per il bene maggiore dell’unità della Chiesa di Orvieto e Todi». Un valore, quello dell’unità, al centro dei pensieri di Padre Giovanni: «Quando mi si parla di questo valore imprescindibile – dice -, non posso essere insensibile».
Il traghettatore Nella diocesi «i rapporti si sono slegati» e allora, per tentare una composizione, Ratzinger ha deciso il «commissariamento». Come traghettatore il Vaticano ha così inviato l’80enne «amministratore apostolico» Giovanni Marra, ex arcivescovo di Messina e ex ordinario militare. «Spero prima o poi – dice Scanavino – di riuscire a guardarlo negli occhi, non si può affrontare la vita sempre coi fax e con le telefonate». Le parole felpate e le ritualità dell’istituzione bimillenaria nascondono scontri durissimi: «E’ tutta la chiesa che deve guarire – dice Scanavino -: ora sarà Marra a fare quell’operazione chirurgica che si ritiene necessaria».
Il futuro Guardando al suo futuro invece l’ormai ex vescovo si dice sereno: «Cosa farà Giovanni Scanavino? Continuerà a vivere. La disponibilità a tornare tra gli Agostiniani mi è stata già offerta, vorrei rimanere in Umbria ma sono tutte cose da valutare». Fuori intanto, sotto una pioggerellina gelida, i tanti fedeli accorsi srotolano striscioni e cantano per «Padre Giovanni». «Obbediamo ma ti amiamo» è scritto in uno degli striscioni, mentre quello più significativo, retto da un gruppo di giovani, recita: «Anche noi siamo Chiesa, eppure non sappiamo la verità».
