Un carcere

Fa discutere una mozione dell’opposizione, poi bocciata dalla maggioranza in consiglio a Orvieto, con la quale si chiedeva di istituire il garante comunale dei detenuti. Per questa figura, era stato individuato Sergio Carli, tappezziere che lavora da tempo con i reclusi nel locale carcere. Lo stesso, profondamente deluso, ha parlato di occasione persa; allo stesso modo, la sezione orvietana dell’Anpi, a proposito della bocciatura, ha espresso il proprio disappunto: «Una scelta che delude tutti coloro che, riconoscendosi in una cultura che concepisce la pena detentiva come un periodo di rieducazione e recupero, vengono a scontrarsi con una realtà che isola ed emargina chi ha sbagliato».

Di tutt’altro avviso il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che, in una lettera al consiglio comunale, polemizza sull’ipotesi di istituire tale figura: « I detenuti, in Italia, godono già di un sistema di tutele e garanzie tra i più ampi e articolati d’Europa. Penso alla molteplicità di figure istituzionali preposte alla vigilanza sul rispetto dei loro diritti: l’Autorità giudiziaria in tutte le sue articolazioni, il Magistrato di Sorveglianza in primis, che ha il compito specifico di controllare l’esecuzione della pena e garantire che essa sia effettivamente orientata, come vuole la Costituzione, alla rieducazione del condannato e alla stessa polizia penitenziaria che garantisce la sicurezza oltre a partecipare attivamente all’opera di rieducazione. A queste si aggiungono i garanti regionali, già presenti in Umbria, e il garante nazionale. Davvero serve un ulteriore livello?».

«Perché tanta attenzione si concentra proprio sui detenuti, mentre altre emergenze sociali, altrettanto gravi e forse più vicine alla vita quotidiana della nostra comunità, restano nell’ombra? Penso alle centinaia di famiglie del nostro comprensorio che lottano ogni giorno con situazioni gravissime di salute e disabilità, a cui vengono negati diritti fondamentali e anche solo la vicinanza delle istituzioni. Penso a chi aspetta anni per un esame specialistico, a chi non trova un posto in una struttura adeguata per un familiare non autosufficiente, a chi spende metà della propria pensione per garantire assistenza a un figlio o a un genitore. Dov’è, per loro, un Garante? Dov’è l’attenzione che meriterebbero? Non posso, infine, non richiamare l’attenzione su un aspetto che troppo spesso viene dimenticato quando si parla di carcere: le condizioni di chi in carcere ci lavora. Le carceri italiane sono ogni giorno teatro di aggressioni, violenze, insulti, minacce. Il personale di
Polizia Penitenziaria, gli infermieri, i medici, gli educatori lavorano in un contesto di crescente tensione, con organici ridotti e risorse scarse, esposti a rischi che nessun’altra categoria professionale sopporterebbe. Di loro, però, non si parla mai. Non si propone l’istituzione di un Garante per chi ogni giorno rischia la propria incolumità per garantire sicurezza, salute e, sì, anche umanità all’interno delle carceri».

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