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venerdì 6 agosto - Aggiornato alle 00:06

Omofobia e bullismo, un test a scuola e scoppia caso politico. Il prof: «C’è chi si ammazza, non scherziamo»

Accuse di inquisizione al contrario e indrottinamento. Dall’università: «Qualcuno vuole che non si combatta la violenza mentre ci sono ragazzi che si ammazzano»

 

 

Bullismo (Foto archivio)

di Maurizio Troccoli

Un questionario rivolto ai ragazzi delle terze medie e delle quarte Superiori di 54 istituti dell’Umbria per misurare il grado di omofobia, è quanto basta per sollevare l’ennesimo ‘caso politico’ sulle questioni di genere. E’ accaduto con il tam tam della rete e il rilancio attraverso comunicati stampa di personaggi politici, anche regionali, dopo avere appreso dell’iniziativa mossa dalla Regione Umbria che ha interpellato l’Università per provare a capire di più e meglio della gravità dei fenomeni di violenza legati al bullismo omofobico. E in serata è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti: «Vogliamo vederci chiaro – ha detto all’Ansa -. Ho già chiesto un approfondimento all’Ufficio scolastico regionale. Voglio capire se c’e’ stato un reale e trasparente coinvolgimento della comunità scolastica e, soprattutto, delle famiglie. In ogni caso – ha concluso Bussetti -, è necessario evitare iniziative ideologiche e strappi in un tessuto come quello scolastico che invece richiede la massima condivisione».

Parla il prof «Siamo studiosi dell’università, abbiamo a cuore la scienza, la conoscenza e anche la sicurezza dei nostri ragazzi – dice a Umbria 24 Federico Batini, docente del dipartimento di Filosofia, scienze sociali umane e della formazione, coordinatore del progetto – vedere che queste questioni scivolano verso l’opportunismo politico di qualcuno rende la cifra dei tempi che viviamo. Noi registriamo che il fenomeno della violenza nei nostri istituti legati al bullismo omofobico, il razzismo, il sessismo, ha una dimensione che deve allertare chi di dovere, dalle istituzioni alle famiglie, ai docenti. Siamo a conoscenza persino di ragazzi che si sono suicidati, e di tanti giovani che cadono in forme di depressione molto gravi. Studiare questi fenomeno vuole dire provare a mettere in campo azioni per combatterle. Credo che tutti siano interessati al fatto di combattere la violenza che può vedere bersaglio chiunque dei nostri figli. Non voglio immaginare che ci sia chi invece, pur di ottenere vantaggio politico, agisce per evitare che questo avvenga».

I fatti A contestare l’iniziativa sono state alcune associazioni e politici che in queste ore, come il consigliere regionale De Vincenzi, parlano di «inquisizione al contrario», «indottrinamento», domande inserite nel questionario di «un qualunquismo sconcertante». Il progetto nasce nell’ambito della legge di prevenzione dall’Omofobia, che attraverso una convenzione coinvolge l’ufficio Scolastico regionale, alcune associazioni, compresa Omphalos, e l’università. «Lo studio – spiega Batini – è stato illustrato nei dettagli in pubblico. Erano presenti oltre 200 persone, quindi credo ci saranno sufficienti testimoni. Sono state spiegate le metodologie e soprattutto è stato spiegato il questionario. E cioè il fatto che non nasca dal nulla, ma da uno studio di esperti della materia che se individuano di formulare quelle domande, e in quel modo, è perché rispondono a moduli verificati di conoscenza e non a logiche arbitrarie o motivate da ragioni diverse da quelle. E’ stato spiegato che sono questionari condivisi a livello internazionale, utilizzati e tradotti in diversi paesi, compreso il nostro e sono stati forniti tutti i dettagli, compreso il metodo, ovvero quello di allegare al questionario che viene consegnato al dirigente scolastico l’autorizzazione dei genitori – che possono negare il consenso -, il fatto che il questionario è anonimo e rimane tale anche per noi che leggiamo le risposte, e tutti gli altri particolari del caso, come quello che la formazione conseguente è rivolta agli insegnanti e non agli studenti. Resta il fatto che né in quella occasione, né in altre, ad esempio all’università, sia mai venuto alcuno a contestare metodo e sostanza dell’iniziativa, magari con argomentazioni ragionevoli, logiche e anche con qualche presupposto di competenza. Mai. Tuttavia noi siamo aperti al dialogo, è la sostanza del nostro lavoro. Se a questo si preferisce la strumentalizzazione politica è un altro discorso».

Polemiche E’ indubbio che il tema rischi di scivolare verso quel clima da tifoseria che si registra nel paese: «Hanno iniziato alcune associazioni di matrice cattolica. Che però rappresentano – spiega il prof – una parte soltanto dei cattolici, poiché ne conosciamo molti che invece si dicono interessati a conoscere il livello di violenza legato al bullismo omofobico, sessismo o razzismo nelle scuole frequentate dai propri figli». Ed ecco alcune delle ragioni: «Un rapporto di Save the children – ancora Batini – ci informa che la metà del bullismo in età adolescenziale è di natura omofobico. E chi si rende protagonista in questa fase di fenomeni di questa natura è più probabile che eserciterà, in età adulta, violenza sulle donne».

Omphalos Lo studio dell’università – scrive Omphalos in una nota nella quale indica i consiglieri di Centro destra Claudio Ricci, Marco Squarta e Sergio De Vincenzi come quelli che «attaccano con argomentazioni inesistenti» e «ignorano studi e osservatori» – «è uno strumento importantissimo per analizzare il fenomeno del bullismo omofobico e della sua correlazione con altri tipi di discriminazione. Ora che la Regione Umbria e l’Università si impegnano in una ricerca scientifica sul tema nel territorio regionale, gli stessi consiglieri l’attaccano con argomentazioni inesistenti. Pur di bloccare qualsiasi intervento sul tema delle discriminazioni – conclude Bucaioni – i consiglieri regionali di centro destra arrivano a definire una ricerca scientifica dell’Università degli Studi di Perugia, con tanto di metodi internazionalmente validati da decine di istituti di ricerca, come ‘proselitismo’. Dichiarazioni che oltre ad essere vergognose sono irrispettose dell’autorevolezza e dell’autonomia della nostra Università e di chi vi lavora».

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