©Fabrizio Troccoli

Si chiude con una condanna l’ultimo dei nove procedimenti penali nati dagli insulti e dalle minacce rivolti nel 2019 sui social a Omphalos APS dopo un post dedicato al Perugia Pride. Il 26 febbraio 2026 il Tribunale di Perugia ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato per diffamazione aggravata ai danni delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti Lgbtqia+, disponendo una pena pecuniaria e il risarcimento del danno in favore delle parti civili.

Nel procedimento si erano costituite parte civile la stessa Omphalos, rappresentata e difesa dall’avvocata Elena Bistocchi, e Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti, con l’avvocata Saschia Soli.

I fatti risalgono al 2019. Sotto un post pubblicato su Facebook per ricordare il Perugia Pride, l’associazione aveva ricevuto una serie di commenti con espressioni come «al rogo», «ve ce vorrebbe il fascismo almeno lo provate», «giù di manganello», «figli di cani froci di merda», «merce da termovalorizzare», «radere al suolo per il bene dei normali», «se comandavo io eravate tutte saponette». Dopo la denuncia presentata dall’associazione e le indagini della polizia postale, il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per nove persone, quasi tutte residenti tra Perugia e Terni, contestando a vario titolo i reati di minacce, istigazione alla violenza, diffamazione e apologia di fascismo.

Nel corso degli anni, tra riti alternativi e trasferimenti di alcuni fascicoli per competenza territoriale, cinque dei nove imputati avevano ottenuto la messa alla prova. In quei casi era stato concordato l’invio di una lettera di scuse e il versamento di un risarcimento in favore di Omphalos.

Con la decisione del 26 febbraio si è chiuso anche l’ultimo procedimento rimasto pendente. Il Tribunale di Perugia ha liquidato un risarcimento di 4.000 euro per ciascuna delle due associazioni costituite parte civile, oltre alle spese di costituzione. Nelle motivazioni lette in aula è stato riconosciuto il carattere diffamatorio delle espressioni utilizzate e il danno arrecato all’immagine e all’attività istituzionale delle associazioni.

Per Omphalos e per Rete Lenford la sentenza rappresenta un riconoscimento formale del ruolo svolto nella tutela dei diritti e della dignità delle persone LGBTQIA+ e un’affermazione del principio secondo cui gli attacchi discriminatori e le campagne d’odio veicolate attraverso i social network non possono essere considerati semplici opinioni, ma possono integrare fattispecie penalmente rilevanti.

L’associazione ha reso noto che, insieme al proprio gruppo legale, sono già state presentate nuove denunce per ulteriori commenti di odio ricevuti tra il 2024 e il 2025 in occasione di altre iniziative e campagne pubbliche. L’intenzione dichiarata è quella di proseguire nella linea adottata finora, ricorrendo agli strumenti previsti dall’ordinamento ogni volta che vengano diffusi contenuti ritenuti diffamatori o discriminatori.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.