di Enzo Beretta
«La storia ha voluto una data: 10 maggio 1987». Un lungo striscione copre tutto il parapetto della curva B del San Paolo la domenica di Napoli-Fiorentina per l’ultima di campionato. La storia, capace di dimenticare perfino la data dello sbarco sulla luna, fissa l’appuntamento che entra a far parte di una manciata di date impossibile da dimenticare per i napoletani. L’ultima battaglia da combattere in casa può significare il tricolore, il primo della storia in questa città.
Quanto è grande uno stadio.
Regna una palpabile eccitazione.
È gonfio di tifosi, non c’è neanche un posto libero.
«Simme arrivàt accussì ambress ca’ fors’ era ieri». Hanno raggiunto
Fuorigrotta con ogni mezzo: a piedi, con i motorini, a bordo delle vespe o delle moto, con le macchine, in bicicletta oppure facendo i portoghesi sull’autobus. Ai 58.129 abbonati si sommano 24.450 spettatori paganti. Gli amici degli amici imbucati senza biglietto e quelli che scavalcano sfuggono ai numeri ufficiali.
L’incasso è di 1 miliardo e 866 milioni di lire, nuovo record, il terzo consecutivo.
Ogni tifoso indossa un indumento azzurro, una sciarpa, una maglietta, un cappellino, un foulard. Le bandiere sono così tante che non si vede altro che quei due colori. Il colpo d’occhio per il pilota dei carabinieri che sorvola l’impianto con l’elicottero a bassa quota è davvero impressionante. Qualcuno apre i cestini delle provviste dai quali sbucano parmigiane di melanzane e panini con la carne alla pizzaiola, qualcun altro si mette a spaccare meloni, altri stanno mezzi nudi, un paracadutista, intanto, si fionda dal cielo nel cerchio di centrocampo accolto da applausi di meraviglia.
Si alzano i vessilli, suonano le trombe, l’ingresso di Ferlaino è accolto con un tambureggiante «Co-rra-do Co-rra-do Co-rra-do». Al suo fianco politici, autorità e amministratori locali.
«Su, su con le bandiere!».
Sghignazzi eccitati. Sette bandierone sventolano sotto la curva che si divide in tre blocchi colorati di verde, bianco e rosso.
Tutto lo stadio trema quando saluta i giocatori del Napoli all’uscita dal sottopassaggio. Entra Maradona, lo sguardo vaga verso il cielo e poi sugli spalti gremiti, alza la testa e legge la dedica per la figlia appena nata: «Dalma, magica bambina».
La folla si scatena. Una standing ovation.
Tra il Napoli e lo scudetto c’è la Fiorentina che cerca punti per salvarsi. Agli azzurri basta un ultimo sforzo per ultimare la scalata ma la partita si gioca su due campi e in molti stanno con la radiolina appiccicata all’orecchio per ascoltare la sfida di Bergamo dove è impegnata l’Inter ancora alle calcagna.
L’arbitro fischia.
Si parte.
È un girone dell’inferno, difficile resistere al boato che nasce sulle tribune non appena un calciatore del Napoli – fosse anche a cinquanta metri dalla porta avversaria – prende la palla.
Il cronometro scorre.
«Che sta facienno l’Inter?».
«Perché ’o Napule nun segna?».
Al ventinovesimo minuto di apnea Diego dà la palla a Carnevale, il centravanti la passa a Giordano che indovina lo scambio e lo serve di tacco spalancandogli l’area, l’affondo è micidiale e Andrea infilza d’esterno Landucci con un rasoterra da biliardo.
Napoli brucia.
Un terremoto di felicità.
L’urlo del San Paolo riconsegna i tifosi alla vita.
L’aria si solleva.
Lo stadio esplode verso l’alto.
È il punto magico che vale lo scudetto e manda Napoli e il Napoli in paradiso.
Dieguito corre incontro a Carnevale, gli bacia la fronte, farfuglia qualcosa di indecifrabile che il numero 7 neppure riesce a sentire, tanto forte è il frastuono.
Il condottiero e i suoi adepti, fino a quel momento la più alta espressione della Ma-Gi-Ca.
Il goleador incompreso, un uomo del Sud, mette l’ipoteca sul trionfo che cuce lo scudetto sulle maglie partenopee.
Oje vita, oje vita mia,
Oje core ’e chistu core,
Si’ stata ’o primmo ammore,
E ’o primmo e ll’ùrtemo sarraje pe’ me!
Le parole dei cori sono un suono unico e impastato.
Si illumina anche il tabellone: l’Inter sta perdendo a Bergamo. Il delirio continua.
La pelle rabbrividisce ai canti dello stadio. Tutto è compiuto. Ormai è fatta. Forse: un ragazzino con la maglia viola, Roberto Baggio, punisce Garella e la disordinata barriera napoletana con un furbo calcio di punizione.
Lo stadio è divorato dalla paura.
Un orrendo presentimento.
I tifosi capiscono il momento complicato.
Parte un applauso isterico per esorcizzare l’angoscia.
Cori profondi, lunghi, boati di spavento. I minuti passano lenti, ne mancano appena cinque alla fine, ma la festa è già cominciata, il pareggio sta bene anche alla Fiorentina che con il gol di Baggio ha scongiurato la retrocessione. Si continua a giocare in un fragore incredibile mentre in campo c’è già chi comincia ad abbracciarsi e a piangere di commozione. Bruscolotti si aggrappa alla maglietta di Moreno Ferrario, Renica abbraccia i poliziotti, altri si tengono per mano in una specie di girotondo. L’arbitro Pairetto non vede l’ora di fischiare la fine, alza il braccio e soffia quando mancano ancora quindici secondi al 90°.
Alle 17.45 del 10 maggio 1987 la città impazzisce.
Un boato più forte di quanto si possa credere trasforma Napoli in
un’orgia divina e infernale che, se non è propriamente il paradiso, per chi è nato e cresciuto da queste parti, è qualcosa che gli assomiglia parecchio. La cosa più simile al Regno dei Cieli di cui si è tanto letto nella Bibbia. Doña Tota osserva imbarazzata i tifosi che si inchinano e crollano in ginocchio davanti a lei producendosi in un accenno di baciamano.
Si perde il senso della realtà: questa terra sembra essere esistita sempre e soltanto per vivere questo momento.
Un uragano di botti e di fumogeni si abbatte sul prato verde in un’irripetibile felicità di massa. In quell’esatto momento lo stadio San Paolo è il luogo più felice e sicuro del mondo e non c’è un solo spettatore che abbia voglia di andarsene a casa. Tutti cantano, ballano, ridono, sulla pista fa irruzione un gigantesco stendardo tricolore. Maradona fa il giro olimpico lungo la pista, bacia il padre abbracciato al fratello Hugo camuffato da raccattapalle. Anche per Diego è qualcosa di mai provato fino a quel momento: «È la cosa più grande della mia vita, veramente, perché io ho vinto un Mondiale in Messico ma non l’ho vinto nella mia terra» ansima mentre lo tirano da tutte le parti. «Questa è la festa più importante della mia vita». Il ricciolone riprende fiato provando a farsi largo nel diluvio di bandiere: «Per me questo scudetto vale più del mondiale. Cosa significa Napoli per me? È la mia casa, io di Napoli sono figlio, ce l’ho nel cuore… Per il Napoli vincere questo scudetto è come vincere la coppa del mondo, questo Napoli lo abbiamo fatto noi, partendo dal basso, siamo partiti da zero. Oggi vince la città, non ho vinto solo per i napoletani, ho vinto per tutti quelli che di solito perdono. Finalmente il titolo al Sud».
Saltano tappi di champagne nella nebbia dello spogliatoio affollato per la festa. C’è chi resta solo con le mutande. Tutti cantano «Oh mama mama mama» e ’O surdato ’nnammurato, Diego salta insieme agli altri a torso nudo e proclama Bruscolotti vero capitano della squadra campione d’Italia. E mentre De Napoli in una finta intervista rilasciata proprio a Maradona con il microfono dell’imbucato della Rai urla che «è stata una cosa stupenda» viene rovesciato sulla testa di Ferlaino un secchio di vino francese. Ci vuole ben altro, oggi, per rovinargli la festa: «Sono 18 anni che aspettavo questo momento…». «Questo scudetto, Italo, è tuo», grida Maradona al telefono dagli spogliatoi per ringraziare Allodi che, colpito da un ictus cerebrale, aveva dovuto lasciare l’incarico di consigliere del presidente e adesso piange alle parole del capitano del suo Napoli. «Non mi sono pentito di aver dato la fascia di capitano a Maradona perché ha mantenuto la promessa di vincere» dice Palo ’e fierro. «Me ne sono andato da Barcellona senza vincere niente – spiega Maradona a Galeazzi con la camicia fradicia – lo avevo promesso a Peppino Bruscolotti quando mi ha consegnato la fascia, alla squadra e a Ferlaino che avevano creduto in Maradona. Sono riuscito a vincere con tutti quanti, non è solo la mia vittoria».
’Na sera ’e maggio il Napoli è nella storia. Le navi con il gran pavese all’ancora nel porto fanno suonare le sirene in segno di giubilo. È la vittoria di una città che cambia dopo sessant’anni di sospiri e di illusioni. Una felicità attesa, intensa, che tutti pensano di meritare.
Il sogno è diventato realtà.
Gli eterni perdenti sono vincenti.
La regina del Sud è Regina d’Italia.
E festa sia.
Per il calcio centro-meridionale è una giornata memorabile. Mai uno scudetto ha scatenato tanta legittima euforia.
Uno sciame di api si raggruppa e si disperde, più di un milione di persone impazzite si inseguono per i vicoli e le piazze, gridando, ballando e cantando nel delirio.
Napoli sott’e ’ncoppa.
Aveva vinto, aveva battuto il resto d’Italia, non capitava troppo spesso, o per meglio dire non era mai capitato. Una selvaggia e spontanea esplosione di felicità. Mai vista tanta gente insieme per lo stesso motivo. Ogni portone, ogni tetto, ogni balcone è coperto di azzurro. Lungo le strade c’è gente che cammina come zombi e ripete con tono monocorde «Si chist è nu suonno nun me scetate». Se questo è un sogno non mi svegliate. Una somma di allucinazioni. Respiri corti, tramortiti che straparlano, è invalidato ogni freno inibitorio. Un manicomio.
Molto di più della gioia del Mundial dell’82, praticamente come aver vinto una guerra. I napoletani scendono in strada come non facevano dalla liberazione da parte degli alleati nel secondo conflitto mondiale. Il figlio del popolo è riuscito nell’incredibile: rimettere insieme i cocci di una città senza spargimenti di sangue.
Diego è il Vangelo per i credenti e la farina per i fornai. Lo scudetto di Diego Armando Maradona è il miracolo in grado di unire tutta la città, il giocoliere imprevedibile ha messo insieme alto e basso buttando giù i muri tra i ceti. Piccoli, adulti, vecchi, i napoletani stanno con i napoletani, di qualunque età e di qualunque estrazione sociale, i ricchi con i poveri, gli straccioni con l’alta borghesia, ’e mariuoli co’ ’e guardi.
Quella sera ’e maggio sono tutti uguali.
La battaglia aveva unito i padroni con gli operai, la gente onesta con i corrotti, gli analfabeti agli intellettuali, Secondigliano e Posillipo, gli ultrà con i coltelli e le catene ai notabili con la erre moscia. Quella sera ’e maggio camminano tutti vicini e non ci sono più distinzioni. Comunisti, fascisti, democristiani, sono tutti e soltanto del Napoli. Gioiscono gli stracciaroli del golfo con la salsedine fin dentro le orecchie e i giovanotti strizzati nei jeans da 150mila lire e gli occhiali da sole a punta. Zompettano anche quelli ai quali del calcio non è mai importato nulla: donne di mezz’età, ’e piccerille, le vecchiette azzardano passi di samba, i falsi invalidi scattano ritti in piedi sulle carrozzelle, i malati si ritrovano nel cortile degli ospedali a festeggiare.
Si pensano cose belle. Finalmente. È la festa, e Napoli si abbandona sfrenatamente. Per una volta sono tutti d’accordo. Napoli è tutta una
grande famiglia. Maradona aveva appena insegnato al suo popolo ad amarsi di più proprio in quanto napoletani.
Ondeggiano bandiere argentine in piazza Plebiscito e davanti al colonnato della chiesa di San Francesco di Paola, si aprono gli ombrelloni del mare a San Gregorio Armeno lungo la strada dei presepi, migliaia di persone ballano nella Galleria Umberto Primo, nei vicoli della Duchesca e a Pallonetto Santa Lucia. In centinaia si buttano nella fontana del Carciofo a Piazza Trento e Trieste per un bagno collettivo, altri tuffi in quella del Nettuno a piazza Giovanni Bovio. Sui vespini salgono in tre, in quattro, in cinque, decine di persone ballano sui tetti degli autobus immobilizzati nella calca inaudita e battono colpi sui finestrini dei tram. Tutti pitturano qualcosa di azzurro: l’avvolgibile delle botteghe, i lampioni, le strade, le cabine del telefono, i bidoni, le autovetture che scampanellano a festa intasano le strade in ingorghi gioiosi. Scalinate tricolori, spari di mortaretti, gente appesa ai semafori, caroselli di vetture e cortei improvvisati in tutte le strade del centro, all’Arenella, in via Sanità, sul portone del museo Filangieri, a Toledo spuntano ragazzini con la parrucca nera sulle spalle dei loro papà, i tamburini a Porta Capuana, palloncini celesti addobbano via Roma in cui girano i carretti con i somari, triangoli tricolore vengono legati alla statua del Dio Nilo a Largo Corpo di Napoli e attorno al collo di Dante, cortei di gente impazziscono di gioia al Maschio Angioino, trombette a Santa Lucia, schiamazzi a piazza del Municipio e a Ponticelli, macchine targate 10 con sette o otto persone dentro strombazzano sulla collinetta del Vomero, un chihuahua mascherato da Maradona guaisce spaventato a San Carlo all’Arena e cammina con il muso schiacciato rasoterra per annusare l’asfalto.
Avviene ogni cosa che non era ancora stata.
Sfilano i carri allegorici preparati in gran segreto nelle ultime settimane e scendono in strada i “femminielli” dei Quartieri Spagnoli, travestiti per l’occasione da ballerine brasiliane.
Si festeggia, e si beve vino dappertutto, per le strade, nelle piazze, si mangia insieme, ci si abbraccia con tutti, a maggior ragione con gli sconosciuti.
Un mondo nel quale sono tutti del Napoli.
Non c’è un solo angolo della città dove non si canta o si balla, dove non si affacciano bandiere, dove non si battono le mani, in cui non si agitano coperchi di pentole e bidoni, dove non esplodono bengala o qualsiasi altra cosa non faccia rumore, dove non stanno con il bicchiere in mano per brindare a Maradona.
La sbornia di chiasso promette di durare un’estate intera.
Un murale in via Pasquale annuncia: “Questo scudetto ne vale cento”. Tre metri di striscione racchiudono sessant’anni di ansie e di speranze: “Da Sallustro a Maradona, viva Napoli campione”. Se ne può leggere un altro orgoglioso e polemico: “Alla faccia dell’altra Italia”. E ancora, un altro meno elegante: “Nordisti, site venuti e ve ne site juti, sempre in culo lo avete avuti”.
Nelle piazze della Sanità, a Montecalvario, a Spaccanapoli, a Gradoni di Chiaia e a Mergellina si imbandiscono tavolate colossali. Si festeggia il campionato appena vinto anche nei quartieri popolari. Viene chiesto a chi si trova se vuole favorire. In migliaia si riversano in quei vicoli ogni giorno raccontati dalla cronaca nera. Un drappo colorato prova a rassicurare Forcella – “Napoli campione di calcio, cultura e civiltà” – mentre i Giuliano trasformano il quartiere in un enorme ristorante in cui vengono distribuiti gratuitamente bicchieri di plastica tracimanti di spumante a buon mercato e salsicce ai tifosi, un’occasione per riaffermare il proprio potere e la propria influenza sotto la squallida forma della generosità. Nel marasma più confusionario non ci si dimentica dei carcerati di Poggioreale e neppure dei morti. All’ingresso del cimitero di Fuorigrotta, nella notte, viene affisso un drappo blu scuro rivolto ai cari estinti: “E non sanno che se so’ perso”.
Erano stati tutti felici per tutto il giorno, con il sorriso stampato sulla faccia dalla mattina al tramonto.
Nessuno, proprio nessuno aveva dormito, quella notte. Che festa. Che notte.
* Tratto dal libro ‘Il Re degli Ultimi. I sette anni meravigliosi e folli di Maradona a Napoli’, scritto da Enzo Beretta per Ultra.
