di Chiara Fabrizi
«Piange perché ha dovuto rinunciare alle prime tre partite di campionato, da un mese aspettiamo il tesseramento della Federazione italiana pallacanestro, che non è ancora arrivato». A parlare è di un dodicenne marocchino che vive in Umbria da quando ha tre anni e che nel suo paese d’origine è tornato solo una volta, ma malgrado ciò non è mai diventato cittadino italiano.
Bimbo straniero fuori dal campo Proprio la nazionalità marocchina e le verifiche di prassi previste in Fip per il primo tesseramento sono all’origine delle lungaggini burocratiche che segnano la pratica del giovanissimo cestista extracomunitario, che a fine novembre ancora attende di avere le carte in regola per scendere in campo con l’under13 di una società sportiva della zona dello Spoletino: «Ci vogliono cinque minuti per fare un tesseramento – spiega il padre del ragazzino, che è anche istruttore di basket – ma nel caso di mio figlio è passato un mese e diverse richieste di documenti, come il certificato di residenza, ma per ora non siamo ancora riusciti a venirne a capo». Tre le partite con la squadra giovanile cui il ragazzino ha dovuto rinunciare, restando sui gradoni della palestra a guardare il debutto dei coetanei.
Aspetta da un mese il primo cartellino Nel documento delle Disposizioni organizzative annuali della Fip si legge che «tutte le pratiche di tesseramento hanno una scadenza a cinque giorni oltre al giorno dell’apertura della pratica», ma naturalmente ci sono delle eccezioni, come è appunto quella del dodicenne umbro, che rientra nei casi di «primo tesseramento atleta extracomunitario under20», fermo restando che gli atleti stranieri, compresi quelli dei settori giovanili, quindi i bambini, non possono essere tesserati online come gli italiani, ma seguono una procedura diversa e decisamente più lunga: «Aspettiamo già da un mese e no, per ora – racconta il padre – non sappiamo quando dovrebbe arrivare il cartellino. Mio figlio è molto dispiaciuto di non poter giocare con l’under13, piange e fa domande cui è difficile rispondere, anche perché si fa un gran parlare di integrazione e poi per la burocrazia impediamo a un ragazzino di giocare».
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