di Stefania Supino

Nelle scorse ore è stato pubblicato il rapporto Le Equilibriste, la maternità in Italia 2025 a cura di Save the children, attraverso il quale, da oltre dieci anni, si traccia un bilancio sulle sfide e gli equilibrismi che le donne in Italia devono affrontare quando scelgono di diventare mamme e i dati sulla maternità. Nel 2024 la natalità ha toccato il minimo storico, così come il tasso di fertilità. Allo stesso tempo si alza l’età media delle madri, tra le quali il 20 per cento smette di lavorare. L’Umbria mostra un andamento positivo, passando dal nono posto del 2023 al quarto del 2024 sul benessere delle madri in Italia. Il bel paese continua a essere, in Europa, la nazione con più difficoltà per le madri, specie nel conciliare vita e lavoro.

Maternità Secondo i dati più recenti dell’Istat, nel 2024 sono venuti alla luce 370mila bambini, con un calo del 2,6 per cento rispetto ai 379mila nati nel 2023. Questo declino si riflette nel tasso di natalità, sceso a 6,3 nati ogni 1.000 abitanti. La maternità in Italia continua a essere posticipata, con l’età media delle madri al parto che ha raggiunto i 32,6 anni. Parallelamente, il tasso di fecondità ha subito un’ulteriore contrazione, attestandosi a 1,18 figli per donna, inferiore anche al minimo storico registrato nel 1995. Un fattore rilevante è legato al cambiamento strutturale della popolazione femminile in età feconda – compresa tra i 15 e i 49 anni – in cui il numero di donne è in costante diminuzione. Il fenomeno della denatalità non risparmia nessuna area del Paese, ma si manifesta con intensità diverse. Il sud e le isole hanno registrato i cali più significativi di nascite, rispettivamente del 4,2 per cento e del 4,9 per cento. Nel centro Italia, invece, è l’Umbria la regione con il più alto tasso di fecondità, che si aggira a 1,27 figli per donna.

Disparità di genere I dati del 2024 sull’occupazione in Italia tra i 25 e i 54 anni evidenziano un forte squilibrio di genere, che si accentua con la presenza di figli. Per gli uomini, la paternità si associa a un aumento dell’occupazione. Infatti, l’84,1 per cento degli uomini lavora, ma questa quota sale fino al 91,9 per cento tra chi ha figli minori. Per le donne, invece, la maternità rappresenta una penalizzazione. Lavora il 68,9 per cento delle donne senza figli, ma la percentuale scende al 62,3 per cento tra le madri e al 60,1 per cento per quelle con due o più figli minori. Il divario tra uomini e donne è quindi marcato, con il tasso medio femminile del 64,9 per cento e quasi 20 punti in meno rispetto a quello maschile. Le differenze sono ancora più evidenti a livello territoriale. Nel nord Italia la partecipazione maschile al lavoro è molto alta, al centro il divario è analogo mentre il mezzogiorno mostra le maggiori criticità, con livelli molto bassi di occupazione femminile anche in assenza di figli.

Lavoro Il tasso di occupazione femminile in Italia resta stabilmente basso, attestandosi intorno al 51 per cento, un valore decisamente inferiore alla media europea. La nascita di un figlio rappresenta spesso uno spartiacque nella carriera delle donne, infatti circa una su cinque abbandona il lavoro dopo la maternità e il child penalty – il divario salariale legato alla genitorialità – si manifesta subito dopo il parto, mantenendosi stabile nel tempo. Questa penalizzazione è particolarmente marcata tra le donne con salari bassi, congedi parentali prolungati o che diventano madri prima dei 30 anni. Le cause vanno ricercate nella difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare, soprattutto in un contesto dove mancano servizi adeguati per la prima infanzia e dove la cura dei figli grava quasi esclusivamente sulle madri. Il divario retributivo e professionale cresce soprattutto nelle regioni dove l’offerta di servizi educativi è più debole. Nel nord Italia oltre il 30 per cento dei bambini sotto i tre anni ha accesso a servizi pubblici per l’infanzia, mentre nel sud la copertura scende sotto il 10 per cento. Solo poche regioni raggiungono l’obiettivo europeo del 33 per cento di copertura, tra queste spicca l’Umbria, che con 46,5 posti ogni 100 bambini è la regione con la maggiore disponibilità, seguita da Sardegna e Toscana.

Rischio povertà In Italia la povertà minorile e familiare continua a crescere, coinvolgendo in modo sempre più preoccupante le famiglie con figli minori. Oggi circa una famiglia su dieci con figli minori vive in condizioni di povertà assoluta. La situazione è ancora più critica tra i nuclei monoparentali, formati da un solo genitore, dove il rischio di povertà o esclusione sociale nel 2024 ha raggiunto il 32,1 per cento, a fronte del 21,2 per cento tra le coppie con figli e del 25,6 per cento tra le famiglie con almeno un figlio minorenne. Le madri sole, in particolare quelle con più figli, risultano le più esposte alla vulnerabilità economica. Nell’ultimo anno sono salite a 716 mila le madri sole tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio minorenne, in aumento rispetto al 2023. Questo dato è segno di un fenomeno in espansione che interessa una fascia di popolazione già fragile. Le donne sole con figli, infatti, affrontano condizioni di svantaggio economico nettamente più gravi rispetto agli uomini nella stessa situazione, a causa di un mercato del lavoro ancora discriminante e di un sistema di welfare poco inclusivo.

Indice delle madri L’Indice delle madri rappresenta una sintesi delle condizioni di benessere delle donne con figli in Italia, tenendo conto di fattori chiave come salute, accesso al lavoro, servizi educativi per l’infanzia e qualità della vita. L’edizione 2025 evidenzia un quadro fortemente disomogeneo a livello territoriale, con un chiaro divario tra nord e sud. Le regioni del nord, grazie a una maggiore disponibilità di servizi, tassi occupazionali più elevati e migliori indicatori socio-economici, occupano le posizioni più alte della classifica. In questo contesto, l’Umbria si distingue in modo significativo, collocandosi al quarto posto tra le regioni con le performance più virtuose. Con un punteggio tra i più alti a livello nazionale, il cuore verde d’Italia eccelle nella copertura dei servizi educativi per la prima infanzia ma allo stesso tempo è meno performante su altri servizi scolastici, quali tempo pieno e mensa, che abbassano il suo punteggio totale nel dominio dei ‘Servizi’. Infine, sul fronte dell’occupazione femminile, sebbene l’Umbria non raggiunga ancora i livelli delle regioni settentrionali, mostra risultati migliori rispetto alla media nazionale, che nel 2024 si attesta al 51 per cento, segno di un contesto più favorevole alla partecipazione delle madri al mercato del lavoro.

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