di M.T.

Ogni anno, il 16 ottobre, la Giornata mondiale dell’alimentazione promossa dalla Fao invita a riflettere sul rapporto tra cibo, risorse naturali e diritto all’alimentazione. Il tema scelto per il 2025 – «Acqua è vita, acqua è cibo. Non lasciare nessuno indietro» – pone al centro la questione dell’uso sostenibile dell’acqua, risorsa fondamentale ma sempre più minacciata dal cambiamento climatico, dagli sprechi e da modelli produttivi intensivi.
In un pianeta in cui quasi 2,4 miliardi di persone vivono in aree a stress idrico elevato, secondo la stessa Fao, l’acqua rappresenta oggi la prima frontiera della sicurezza alimentare.

Se parliamo di acqua come non evidenziare quanto questa caratterizzi l’Umbria fino a considerarla una delle principali riserve d’acqua d’Italia. Proviamo a capire innanzitutto perchè. L’Umbria, regione senza sbocchi al mare, custodisce una delle più ricche reti idriche interne d’Italia. Il suo sistema di fiumi, laghi e sorgenti costituisce una vera riserva d’acqua dolce per l’Italia centrale, capace di alimentare non solo la produzione agricola, ma anche quella di acque minerali e di energia.

Il territorio è attraversato da due grandi bacini idrografici: quello del Tevere, che copre oltre due terzi della regione, e quello del Nera-Velino, che interessa la Valnerina. Il Tevere e i suoi affluenti – Chiascio, Nestore, Paglia e Topino – formano un reticolo di corsi d’acqua che garantisce equilibrio ambientale e approvvigionamento agricolo. Il Nera, invece, con le sue sorgenti pure tra Norcia e Cerreto di Spoleto, alimenta il celebre salto della cascata delle Marmore e rappresenta una delle riserve idriche più limpide e abbondanti del Paese. A questi si aggiungono i grandi specchi d’acqua che segnano il paesaggio umbro: il lago Trasimeno, quarto in Italia per estensione e primo dell’Italia centrale; il lago di Piediluco, in parte condiviso con il Lazio; e gli invasi artificiali di Corbara e Alviano lungo il Tevere, fondamentali per la produzione idroelettrica e per la regolazione del flusso fluviale. Altri bacini, come Montedoglio nell’Alta Valle del Tevere, garantiscono riserve irrigue e idropotabili per un’ampia parte della regione. L’Umbria è anche terra d’acque minerali. Oggi conta 17 concessioni attive e 10 operatori del settore, con produzioni che superano 1,3 milioni di metri cubi annui. Le principali aree di captazione si trovano a Gualdo Tadino, Nocera Umbra, San Gemini, Acquasparta, Parrano e Cerreto di Spoleto, luoghi dove le sorgenti naturali alimentano marchi noti a livello nazionale come Rocchetta, Sangemini, Fabia, Amerino, Aura e Cottorella. Le acque umbre, grazie alla qualità e alla purezza delle falde, figurano regolarmente tra le migliori nelle classifiche nazionali del settore. Complessivamente, la regione ospita oltre 1.500 corsi d’acqua tra fiumi e torrenti, più di 180 sorgenti censite e una superficie lacustre di circa 140 chilometri quadrati. Un patrimonio idrico che non solo sostiene l’economia agricola e termale, ma contribuisce a definire l’identità stessa dell’Umbria come “cuore verde” e “cassa d’acqua” dell’Italia centrale.

In questo scenario globale, l’Umbria ha costruito nel tempo una cultura del cibo legata alla parsimonia e alla qualità delle risorse locali. La dieta umbra, sobria e fondata su cereali, legumi, verdure e olio extravergine, è una delle declinazioni più autentiche della dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità.

L’Umbria è oggi tra le regioni italiane con la più alta incidenza di superfici agricole biologiche: secondo i dati Istat 2023, oltre il 21% della superficie agricola utilizzata è certificata bio, a fronte di una media nazionale del 18%. Si tratta di circa 55 mila ettari, coltivati da più di 2.500 aziende, che adottano pratiche a basso impatto idrico e chimico.
Le colture tipiche – olivo, vite, legumi e cereali antichi – sono quelle che per natura richiedono un uso più moderato dell’acqua rispetto ad altre produzioni intensive. È un equilibrio che trova conferma anche nei dati sull’irrigazione: meno del 35% dei terreni agricoli umbri utilizza impianti irrigui, contro una media italiana superiore al 50%.

Secondo il Piano di gestione dell’acqua 2024 redatto dall’Autorità di bacino dell’Italia centrale, l’Umbria rientra tra le regioni a rischio medio di stress idrico, ma con margini di resilienza elevati grazie alla diffusa presenza di piccoli invasi e a un consumo civile contenuto (circa 150 litri pro capite al giorno, contro i 215 della media nazionale).
Negli ultimi anni, alcuni frantoi e cantine hanno introdotto sistemi di riciclo dell’acqua di processo e recupero delle acque piovane, riducendo del 30% i consumi idrici rispetto ai livelli pre-2015.

La sostenibilità alimentare in Umbria non è solo una questione di tecniche produttive, ma anche culturali. In molte scuole è in corso il progetto europeo «Farm to Fork» che promuove un’educazione alimentare centrata su stagionalità e filiere corte. Nelle aree rurali si moltiplicano le esperienze di agricoltura rigenerativa, come quelle della Valnerina e dell’Alto Tevere, dove si recuperano antiche varietà di farro, fagiolina e legumi autoctoni.
Anche le produzioni simbolo della regione – dall’olio Dop Umbria al Sagrantino di Montefalco, fino alle lenticchie di Castelluccio – incarnano un modello di economia alimentare a basso impatto, capace di coniugare valore nutrizionale, tutela del paesaggio e sostenibilità economica.

L’Umbria contribuisce in modo marginale (circa l’1,2%) alla produzione agricola nazionale, ma rappresenta una delle regioni con il più alto indice di “coerenza ecologica” tra agricoltura e ambiente, secondo l’ultimo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa, 2024). Ciò significa che la pressione sulle risorse naturali è proporzionalmente più bassa rispetto alla capacità di rigenerazione del territorio.
Un dato che si riflette anche sugli stili alimentari: il consumo medio pro capite di carne in Umbria è inferiore del 15% rispetto alla media italiana, mentre aumenta quello di legumi e cereali integrali, in linea con le raccomandazioni della Fao per una dieta sana e sostenibile.

La sfida, oggi, è mantenere questo equilibrio in un contesto di cambiamento climatico e di crescente domanda alimentare. Come ricorda la Fao nel suo messaggio ufficiale, «ogni goccia conta»: il futuro dell’alimentazione passa dalla capacità dei territori di proteggere l’acqua e di valorizzare la cultura del cibo come bene comune. L’Umbria, con la sua tradizione contadina e le sue produzioni di qualità, è in prima linea in questa sfida.

Infine ancora qualche numero: la regione conta 850 mila abitanti e oltre 12 mila aziende agricole, di cui circa un quarto a conduzione biologica. L’olio umbro Dop rappresenta una delle produzioni più identitarie, insieme ai vini Docg Montefalco Sagrantino e Torgiano Rosso. Tra i prodotti simbolo figurano le lenticchie di Castelluccio, la fagiolina del Trasimeno, il farro di Monteleone e la norcineria diffusa. Il settore agroalimentare regionale vale circa 1,1 miliardi di euro l’anno, pari al 6% del Pil umbro, e continua a crescere anche grazie all’export (+8% nel 2024, fonte Unioncamere). La dieta umbra, povera ma equilibrata, resta un modello di sobrietà e sostenibilità radicato nella tradizione mediterranea.

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