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di Maurizio Troccoli

E’ recente la notizia che vede l’Umbria come prima regione a dotarsi di un algoritmo che può predire il rischio di infiltrazioni mafiose nel tessuto economico. Le fa da contraltare quella appena pubblicata da l’Espresso che vuole le organizzazioni mafiose a caccia di informatici per affinare le capacità di raggiungere i propri scopi criminali. La criminalità organizzata viene raccontata come una struttura capace di assorbire rapidamente le tecnologie più sofisticate, dall’intelligenza artificiale alla manipolazione dei dati.

La fotografia che emerge è quella di organizzazioni criminali che hanno superato la dimensione territoriale tradizionale per muoversi nei flussi informativi, nei vuoti normativi e nelle fragilità dei sistemi digitali. Clan e cartelli, scrive l’Espresso, non cercano più solo manodopera criminale, ma competenze tecniche. Programmatori, analisti, specialisti in intelligenza artificiale diventano figure chiave per ottimizzare riciclaggio, frodi e infiltrazioni economiche, rendendo i reati più rapidi, replicabili e difficili da intercettare.

Il sistema regionale, come già raccontato da Umbria24, nasce per supportare le amministrazioni pubbliche nella valutazione del rischio quando si tratta di appalti, concessioni, contributi e rapporti economici con le imprese. L’obiettivo non è sostituire l’azione investigativa o giudiziaria, ma rafforzarla attraverso un’analisi automatizzata di grandi quantità di dati, capace di individuare anomalie che a occhio umano resterebbero invisibili. Ed è proprio su questo terreno che si gioca oggi una partita decisiva: mentre le mafie utilizzano l’intelligenza artificiale per nascondersi meglio, le istituzioni provano a usarla per rendere più trasparenti i processi decisionali.

L’Umbria non è una regione tradizionalmente associata alla presenza mafiosa, ma da anni le relazioni della Direzione investigativa antimafia e i report della magistratura segnalano un rischio crescente di infiltrazioni economiche, soprattutto nei settori degli appalti, dei servizi, della logistica e dell’edilizia. Un rischio silenzioso, meno visibile della violenza, ma altrettanto pericoloso. È qui che l’algoritmo diventa una sorta di sentinella digitale, chiamata a presidiare quegli “spazi grigi” di cui parla l’Espresso, dove il controllo non passa più dalla minaccia ma dalla capacità di mimetizzarsi.

Il nodo, però, resta politico e culturale prima ancora che tecnico. Come ricorda l’Espresso, l’intelligenza artificiale non inventa nuovi reati, ma moltiplica e accelera quelli esistenti. Allo stesso modo, un algoritmo pubblico non è una bacchetta magica: funziona solo se accompagnato da competenze, formazione continua, cooperazione tra enti e capacità di interpretare criticamente i risultati. In questo senso, l’esperienza umbra può diventare un banco di prova nazionale, soprattutto se riuscirà a dimostrare che la tecnologia può essere usata non solo per inseguire il crimine, ma per anticiparlo.

In un’epoca in cui, come scrive l’Espresso, «un algoritmo vale più di una pistola», la sfida è capire chi lo controlla e a quale scopo. Le mafie hanno già scelto di farne una nuova industria del potere. L’Umbria, con il suo sistema di analisi preventiva, prova a occupare lo stesso terreno, ma dal lato dello Stato. È una partita che si gioca lontano dai riflettori, nei database e nei modelli predittivi.

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