di Mauro Casavecchia, Elisabetta Tondini
È naturale per Valentina scambiarsi le penne colorate con Bjeshka, e per Federico giocare nel cortile sotto casa con Malik, così come non è infrequente sentire Chang discutere con Carlos e Luca in stretto dialetto locale. I bambini che vivono in Umbria non sembrano curarsi molto del prolungato dibattito sull’integrazione degli immigrati nel nostro Paese perché l’integrazione, loro, la realizzano di fatto nell’agire quotidiano. È questo uno dei tanti risultati che emergono dall’ampia ricerca sull’infanzia in Umbria curata dall’agenzia Umbria ricerche, su un campione rappresentativo di 2mila bambini, che verrà presentata a Perugia il 21 marzo alla Sala della partecipazione di Palazzo Cesaroni.
La ricerca La crescita della presenza nelle scuole di bambini, nati all’estero o in Italia, con genitori provenienti da altri paesi è un dato ormai evidente. In particolare, se in Italia, nelle primarie e secondarie di primo grado, 10 studenti su 100 non sono cittadini italiani, in Umbria tale cifra sale al 15%. Tuttavia la multiculturalità non è solo un fatto di cittadinanza ma chiama in causa il background culturale dei genitori. A tal riguardo la ricerca Aur ha evidenziato che i bambini dagli 8 ai 12 anni che vivono in Umbria per un 25% appartengono a famiglie con almeno un genitore nato all’estero e tre quarti di essi sono bambini nati nel nostro Paese. Si tratta per lo più delle cosiddette seconde generazioni che, tra gli studenti, sono cresciute in Italia del 43% solo nell’ultimo quadriennio (fonte: Miur 2017).
Cosa emerge Il segno più eloquente della forza del processo di integrazione proviene dal legame di amicizia che si instaura tra bambini cresciuti in contesti familiari differenti per paese di origine: in Umbria, sette bambini su dieci con almeno un genitore nato all’estero hanno come migliore amico un bambino che ha entrambi i genitori italiani. Gran parte del merito di questa integrazione spetta indubbiamente alla scuola che, almeno nella nostra regione, a detta della quasi totalità (il 95%) degli insegnanti che hanno aderito alla indagine Aur, si dà molto da fare per perseguire efficacemente l’inclusione degli studenti di origine straniera. Da ciò la quasi totale assenza di fenomeni di preclusione o separatezza riconducibili a diverse appartenenze nazionali, culturali, religiose. Insomma, in nove casi su dieci le differenze culturali – soprattutto tra i più piccoli – non sembrano costituire per i bambini in classe un ostacolo alla relazionalità, che si concretizza nella condivisione degli oggetti, nel gioco, nei rapporti amicali, nello spirito collaborativo, negli inviti e nella frequentazione di feste.
Come si sentono Questo sforzo di integrazione, d’altra parte, sembra essere compreso e apprezzato dagli stessi alunni stranieri, i quali esprimono una valutazione verso la scuola più positiva e meno ostile rispetto agli altri coetanei italiani. Una più spiccata positività che si estende anche agli altri ambienti extrafamiliari, ovvero agli amici e alle attività sportive, nei confronti dei quali i bambini stranieri che vivono in Umbria dichiarano un maggior grado di soddisfazione: si sentono più compresi e sicuri, in grado di imparare e di dire ciò che pensano, si divertono di più.
Svantaggio La condizione dei bambini stranieri non è tuttavia solo rose e fiori: i dati rilevati dalla indagine Aur dicono infatti che i bambini con genitori stranieri vivono in situazioni economiche disagiate nella metà dei casi, una quota quasi doppia rispetto alle famiglie con genitori italiani. Un elemento che potrebbe spiegare in parte il loro sentirsi un po’ meno compresi e meno liberi di dire ciò che pensano in famiglia rispetto agli altri coetanei. Dunque, gli ostacoli per i bambini con genitori nati all’estero sembrano di natura più economica che culturale o legata a un clima sociale ostile alla integrazione. Dunque: provenire da una famiglia di origine straniera significa partire da una situazione di svantaggio che rischia di precludere le pari opportunità; d’altra parte, è anche vero che questa condizione si tramuta per i bambini in elemento di stimolo che li porta ad apprezzare maggiormente le opportunità offerte dalle interazioni con il mondo esterno.
