Foto Tgr (YouTube)

Prosegue l’iniziativa ‘Lettere a Barbara Corvi’, pensata e promossa dall’osservatorio antimafia dell’Umbria che da sempre si batte per restituire verità e giustizia ai familiari della donna scomparsa da Amelia nel 2009. Per questo mese di dicembre, il messaggio porta la firma di Doriana Righini, dell’Arci di Catanzaro.

«Cara Barbara,
nel periodo in cui ho vissuto a Roma, avevo come mentore un geniale e anziano professore di Protostoria che un giorno, sorridendo di sghembo, mi inquadrò dicendomi “Lei è una che ritorna sempre sul luogo del delitto!”. Con ciò, voleva intendere che ho il temperamento di una testarda, di una che riesamina e riprende il lavoro proprio o altrui fino a che non ritiene che sia stato tentato tutto il possibile per renderlo soddisfacente.

Lettere a Barbara Corvi Il professore, nonostante fosse diventato quasi cieco, ci aveva visto benissimo. Infatti, poco tempo dopo, tornai a vivere in Calabria in una città non lontana dal luogo in cui è nata e cresciuta Lea Garofalo, la testimone di giustizia fatta prelevare a Milano e uccisa brutalmente dall’ex compagno ‘ndranghetista, neanche due mesi dacché tu eri stata fatta sparire da Amelia. I resti di Lea, però, assieme alla verità sulla sua morte sono stati restituiti in tempi relativamente brevi a chi l’ha amata e al Paese, che ha partecipato con commozione e dolore a ciò che è emerso della sua vita di donna e dei suoi tentativi di sottrarre sé stessa, ma forse soprattutto la figlia Denise, alle dinamiche di potere e alla cultura violenta e misogina della ‘ndrangheta.

Scomparsa nel 2009 Dei tuoi resti, invece, nessuna traccia ancora. Ogni ipotesi pare non aver mai ricevuto in riscontro prove o elementi ritenuti sufficienti, inclusa la ricostruzione secondo la quale saresti stata portata con la forza in Calabria, uccisa e il tuo corpo seppellito in una zona impervia e inaccessibile. Secondo notizie di questi giorni a Seminara, un paese delimitato da una parte dall’Aspromonte, i familiari di una giovane donna vittima di stupro di gruppo, da parte di soggetti legati ad esponenti di spicco di cosche della ‘ndrangheta, avrebbero invitato la ragazza a suicidarsi e avrebbero tentato di sottoporla ad una visita psichiatrica pur di rendere inattendibili eventuali sue dichiarazioni in fase di denuncia. Leggo questa storia e il mio pensiero fugge subito a Rita di Giovane, a Tita Buccafusca, ad Angela Costantino, a Maria Concetta Cacciola, ad altre sdisonorate le cui vite sono state spezzate in vario modo ma a causa di una radice comune.

Patriarcato mafioso e ‘ndranghetista Onore e vendetta, due delle parole d’ordine del patriarcato mafioso che con i suoi codici culturali è ben lungi dall’essere radicato esclusivamente in Calabria ma che infetta, in maniera ormai strutturale, contesti che si collocano geograficamente anche fuori dai confini nazionali. Ho iniziato a capire ciò fin da piccola sbirciando nei libri e nei saggi di Renate Siebert, che mia madre custodiva sui suoi scaffali come tesori preziosi e ritrovo sviluppato oggi, ciò che ho imparato, negli studi importanti di Sabrina Garofalo. Passando per le parole e le vite di altre donne, come in una staffetta, come in uno scambio di conoscenze, di saperi e di riconoscimento che disegnano una genealogia di madri, figlie e sorelle, di carne o d’elezione, capace di ridisegnare la storia costruendo spazi di libertà.

Dalla Calabria Proprio per questo, Barbara cara, e non solo per il mio temperamento di calabrese testarda che mi porta a ritenere che non sia stato fatto ancora tutto il possibile, non rinuncerò mai a chiedere verità e giustizia per te, per chi ti ha amata e per tutte noi».

Doriana Righini
Arci Catanzaro

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