Un medico al lavoro

di Daniele Bovi

Oltre la metà dei medici ospedalieri che lavorano in Umbria riferisce di praticare la cosiddetta «medicina difensiva», cioè prescrive esami e farmaci in più non necessari, per il timore di incorrere in cause legali. Un fenomeno che provoca un aumento dei costi sostenuti per la sanità pubblica regionale di almeno il dieci per cento. I numeri emergono dallo studio pilota condotto nel 2014 dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che ha coinvolto quattro regioni (Lombardia, Marche, Umbria e Sicilia). A firmare il dossier che riguarda l’Umbria, nel quale è descritta la situazione e si spiega qual è il progetto della Regione per contrastare il fenomeno, sono Paola Casucci della Direzione regionale Salute e coesione sociale e Carla Gambarini e Margarete Tockner dell’Azienda Usl Umbria 2.

Aumenta la paura «Anche in Umbria – scrivono – negli ultimi anni si è assistito al notevole acuirsi dell’attenzione agli errori e agli incidenti che possono verificarsi nell’erogazione dei trattamenti sanitari, la cosiddetta medical malpractice». Oltre che sui costi, il fenomeno produce conseguenze negative ovviamente anche sulle liste d’attesa, provocandone un ulteriore allungamento. In questi anni, si scrive nello studio, le «richieste di risarcimento aumentate in modo esponenziale» e, oltre «all’aumento esponenziale dei costi per la sanità pubblica e privata», si registra «il diffondersi della paura nell’esercizio della professione medica». Quando si parla del fenomeno della medicina difensiva occorre parlare di quello che è il rapporto medico-paziente.

LO STUDIO DELL’AGENAS

Non si può fallire Sempre più il secondo vede il primo come un professionista «che deve erogare una prestazione con rischio zero» perché «qualsiasi complicanza o fallimento terapeutico è considerato inaccettabile e passibile di condanna». Ma come si traduce nella realtà la medicina difensiva? Per il 30 per cento di coloro che hanno risposto al questionario in più esami strumentali, per il 20 per cento in più visite specialistiche, per il 20 per centro in più esami di laboratorio. Quanto ai farmaci, il 10 per cento ne prescrive di eccessivi. La cosiddetta «medicina difensiva negativa» invece, ovvero il rifiutare pazienti ad alto o altissimo rischio, è una pratica che riguarda pochissimi casi. L’indagine mostra che la causa prevalentemente imputata ai comportamenti di medicina difensiva (31 per cento) è una legislazione giudicata sfavorevole per il professionista medico, mentre per il 16 per cento c’è la paura di essere coinvolto in un processo e il 12 per cento ha il timore di compromettere la propria carriera. L’11 per cento invece avverte la pressione da parte dell’opinione pubblica e dei mass media.

I dati Secondo il 94 per cento dei professionisti intervistati il fenomeno della medicina difensiva è destinato ad aumentare nei prossimi anni ma alcune buone pratiche per contrastare il fenomeno ci sono. Per il 48 per cento si dovrebbe aderire a protocolli medici specifici, mentre altri suggeriscono l’aumento della comunicazione e dell’aggiornamento professionale. Ma soprattutto uno su tre fra medici e altri operatori del mondo sanitario vorrebbe una riforma incisiva delle norme sulla responsabilità professionale e (23 per cento) una maggiore tutela da parte delle assicurazioni. Per cercare di arginare quanto più possibile la medicina difensiva, chi firma lo studio propone l’adozione di linee guida specifiche e di misure per governare la domanda, nonché agire su qualità, appropriatezza e sicurezza, definire punti di riferimento chiari per i professionisti. In ballo però c’è anche il rapporto medico-paziente, che dovrebbe essere riorientato nell’ottica di un maggiore rispetto reciproco. Tutti temi sui quali lavorerà un Gruppo di coordinamento del rischio clinico.

Twitter @DanieleBovi

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