Assisi e San Francesco tornano al centro del racconto del Corriere della Sera in una mattinata natalizia che intreccia spiritualità, cultura e attualità, scegliendo di leggere la figura del Santo non come icona distante, ma come presenza ancora capace di interrogare il presente. Il quotidiano affida questa chiave di lettura a una lunga intervista a Davide Rondoni, poeta e scrittore, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni degli ottocento anni dalla morte di Francesco, collocata nella sezione Buone notizie.
Il punto di partenza scelto dal Corriere è volutamente spiazzante: il Natale, per Francesco, come «un grande belato». Rondoni richiama un episodio tramandato dalle fonti francescane, a partire da Tommaso da Celano, ambientato a Greccio durante la realizzazione del presepe vivente. Di fronte al Dio che si fa bambino, Francesco si commuove al punto da non riuscire a pronunciare la parola Betlemme, fermandosi su quel «be» che diventa un balbettio, quasi un belare. È da qui che prende forma il ritratto di un santo lontano da ogni retorica, segnato da una commozione radicale e disarmata, che per il Corriere diventa la chiave per leggere anche il Natale di oggi.
Nel racconto emerge un Francesco profondamente legato al mistero dell’incarnazione, perché è lì che l’«altissimo onnipotente», come scrive nel Cantico, si mostra anche «buono». Un aggettivo che Rondoni definisce decisivo e che il Corriere valorizza come nucleo del messaggio francescano: un Dio che si fa bambino, uno di noi, capace di nascere, morire e risorgere. Un evento che non chiede spiegazioni, ma suscita commozione, lasciando senza parole.
Il quotidiano sceglie di non contrapporre questo sguardo alla contemporaneità, ma di metterlo in dialogo con essa. Alla domanda sulla tenuta di quella commozione in un tempo segnato dal consumismo, Rondoni rifiuta letture moralistiche e sociologiche. Il Natale, racconta, resta per molti una «piccola grande commozione», e lo scambio dei doni non viene demonizzato, perché Francesco stesso non era un censore del suo tempo. Il Corriere restituisce così un’immagine del Santo lontana da rigidità ideologiche, più vicina a una fiducia concreta nell’umanità.
Il discorso si allarga poi alle ferite del presente: guerre, povertà, solitudini, diritti negati. Anche qui il racconto del Corriere evita risposte astratte. Francesco non è presentato come uno che «dice», ma come uno da cui «nascono» opere, iniziative, azioni concrete che nel tempo hanno migliorato la vita delle persone. Dal suo messaggio, ricorda Rondoni, sono scaturite esperienze che combattono la miseria e l’ingiustizia, dalle prime forme di credito fino alle mense e alle opere contemporanee ispirate al francescanesimo.
Un passaggio centrale dell’intervista è dedicato alla parola «letizia», che dà anche il titolo all’ultimo libro di Rondoni. Il Corriere ne riprende l’etimologia, legata al letame e alla terra che diventa fertile. La letizia non è felicità superficiale né ottimismo di maniera, ma una fecondità possibile anche nelle condizioni più dure. È una parola che, nel racconto del quotidiano, entra in tensione con una società ossessionata dalla perfezione, dalla performance e dal possesso.
In questo quadro, San Francesco non viene mai proposto come un modello irraggiungibile. Al contrario, il Corriere sottolinea come lui stesso si definisse «piccolino», «parvulus», e come il suo messaggio finale fosse un invito alla responsabilità personale: «Io ho fatto la mia parte, ora tocca a voi». Una lezione che oggi, secondo Rondoni, continua a parlare a credenti e non credenti, tanto da aver trovato accoglienza trasversale anche la proposta di ripristinare la festività del 4 ottobre.
Il racconto si chiude guardando ad Assisi e al cammino verso il 2026, con un calendario di iniziative che attraverseranno decine di Paesi: progetti artistici, sociali, educativi, una grande mostra su Giotto e Francesco, il raduno mondiale dei giovani e l’esposizione del corpo del Santo. Ma più ancora degli eventi, il Corriere sceglie di lasciare al lettore due parole chiave, definite «rivoluzionarie»: «creatura» e «perdono». Essere creature, non proprietari di sé stessi, come antidoto all’ansia contemporanea; il perdono come segno di libertà radicale.
È così che, nelle pagine del Corriere della Sera, Assisi e San Francesco vengono raccontati oggi: non come luoghi e figure del passato, ma come una domanda aperta sul senso del vivere, capace di attraversare il Natale e parlare al tempo presente senza alzare la voce, ma partendo da una commozione antica e sempre nuova.
