di Daniele Bovi
«Se nel dopoguerra le famiglie umbre, nonostante la povertà, hanno investito nell’istruzione dei loro figli nel clima di incertezza di oggi, con una crisi profonda che perdura da anni, le famiglie hanno cominciato a disinvestire». Così Claudio Carnieri, presidente dell’Agenzia Umbria ricerche, presentando venerdì il primo «Rapporto sull’istruzione in Umbria» realizzato proprio dall’Aur. Pagine, rese note nel corso della seconda conferenza «Obiettivo scuola» (che proseguirà anche sabato), dalle quali emerge proprio quello che Carnieri chiama «disinvestimento»: secondo le stime dell’Aur infatti se le famiglie (umbre e non) nel 2000 hanno speso 117 milioni di euro per far studiare i propri figli in scuole e università, la cifra nel 2010 scende fino a quota 74 milioni. In media, è come se ogni anno al capitolo istruzione le famiglie abbiano operato un taglio di 4,3 milioni di euro.
Il modello tiene Dalle pagine del rapporto viene fuori comunque il quadro di un’Umbria dove il modello sociale dell’istruzione tiene e pare fortemente orientato all’inclusione scolastica. Un’Umbria dove accanto ad una serie di indicatori positivi ce ne sono altri negativi. Tra quelli positivi c’è sicuramente quello che riguarda gli asili, con una percentuale di presa in carico di bambini tra 0 e 2 anni del 27,6%, seconda solo all’Emilia Romagna. L’Umbria è poi la regione dove si spendono 6.891 euro per studente, cifra che vale il quinto posto in Italia, dove c’è il record di laureati nella fascia d’età che va dai 30 ai 34 anni (33,7%) e un tasso di diplomati che nel corso degli anni è rimasto sempre qualche punto sopra la media nazionale (84,7% nel 2004, 75% nel 2011).
Rete estesa Una regione dove a contribuire all’incremento del tasso di scolarizzazione c’è il fatto che le donne studiano in media più anni degli uomini. Grazie (o a causa) della sua morfologia nonché delle scelte politiche poi, nel Cuore verde è stata mantenuta una rete scolastica estesa, a differenza di quanto accaduto in altre regioni dove la razionalizzazione è stata più pesante. In questa rete scolastica tra il 2004 e il 2012 il numero di professori e personale Ata è diminuito: i primi sono passati da 11.819 a 10.843 (-8%), mentre i secondi da 4.209 a 3.426 (-17%).
Diseguaglianze Uno dei problemi più importanti, oltre a quello dell’aumento del numero di studenti che non finisce le superiori, pare essere invece quello delle «diseguaglianze educative», legate specialmente alle origini sociali ed etniche: se l’Umbria, infatti, è la prima regione per numero di studenti stranieri (14%), questi concludono prima gli studi e nella maggior parte dei casi scelgono indirizzi professionali, mentre la tendenza generale è quella della ‘licealizzazione’ (le iscrizioni sono aumentate del 14%). Quella del liceo, spiega l’Aur, è una scelta che le famiglie fanno per far proseguire gli studi ai loro figli e per raggiungere poi una laurea triennale. Quel ‘pezzo di carta’ che però in Umbria, spesso, non corrisponde alle richieste di un mercato più orientato «verso figure professionali esecutive».
Discrepanza «Questa – ha detto Carnieri – è anche la regione in cui c’è un’alta discrepanza fra posto di lavoro e competenze di chi lo occupa». Alla conferenza hanno partecipato docenti e dirigenti scolastici, Ufficio scolastico regionale, Università, rappresentanti degli enti locali, di agenzie formative, organizzazioni sindacali, associazioni di categoria, cooperative, società del campo dell’informatica. Di fronte a loro la presidente Catiuscia Marini ha spiegato che «in Umbria la vera emergenza non è quella dell’edilizia scolastica, ma il sostegno alle famiglie affinché non debbano rinunciare al conseguimento del più alto grado di istruzione per i propri figli. Il tema del diritto allo studio – ha detto -, a causa della crisi economica e occupazionale si ripresenta con forte drammaticità». Quello che chiede Marini è uno «sforzo corale, con l’impiego di risorse pubbliche e private per garantire il supporto alle famiglie».
I fondi Ue Assai importanti, anche in questo settore, saranno i fondi della prossima programmazione europea 2014-2020 e, sul punto, la presidente ha sottolineato che «una parte essenziale» di quelli a disposizione per l’Umbria «saranno destinati all’innovazione tecnologica e all’innalzamento della qualità degli investimenti sulla rete scolastica e le competenze dei nostri giovani». Tra gli obiettivi per il futuro, la presidente ha indicato quello, «ambizioso e raggiungibile», di estendere e rendere accessibili a tutte le famiglie i servizi per la primissima infanzia (da 0 a 3 anni), che «vanno riconosciuti – ha specificato – come parte integrante del sistema educativo, di istruzione e formazione e non solo come servizi alla persona».
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