Il riciclaggio è il rischio numero uno in Umbria legato alle infiltrazioni mafiose

di Daniele Bovi

Il colore delle mafie in Umbria non è il rosso del sangue e delle violenze bensì il grigio, ovvero il colore che copre una zona abitata da connivenze, sottovalutazione, poca informazione e altrettanto scarsa consapevolezza diffusa. Ed è proprio la sottovalutazione del fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico della regione uno degli elementi più importanti che emerge dalla relazione della Commissione di palazzo Cesaroni che si è occupata del fenomeno. Relazione che verrà presentata martedì nel corso della seduta del Consiglio regionale e che si basa sulle audizioni, andate avanti dal gennaio 2011 al luglio 2012, di forze dell’ordine, membri della magistratura e associazioni economiche e che si occupano del fenomeno come Libera. Complessivamente, il quadro che emerge è quello tratteggiato in più occasioni: l’Umbria è una regione dove non c’è né radicamento profondo delle mafie né controllo del territorio in senso «classico». Il Cuore verde è però una regione dove opera una criminalità che agisce in un contesto di «finanziarizzazione dell’economia».

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Il contesto In questo contesto il rischio maggiore che si evidenzia nella relazione è quello della sottovalutazione del fenomeno: «Alcuni dei soggetti auditi – è scritto -, pur senza giungere a posizioni negazioniste, hanno manifestato un’esplicita sottovalutazione del rischio di infiltrazione» che porta a quella «mancanza di anticorpi» che c’è nella società umbra. Parole che fanno tornare con la mente al maggio scorso quando, poche ore dopo la bomba di Brindisi, il giornalista di Telejato Pino Maniaci intervenne ad una manifestazione nella perugina piazza della Repubblica: «Ciò che vi manca – disse – sono gli anticorpi: non sapete riconoscere chi è il vostro barista e quando ve ne accorgerete sarà troppo tardi perché si saranno già presi il territorio. Serve uscire: riappropriatevi delle vostre piazze cercando di capirne i problemi». E capire i problemi, o almeno la superficie di essi, è stato il compito della Commissione.

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Zona grigia Nelle pagine della relazione si mette in evidenza come quello delle infiltrazioni, che perlopiù in Umbria si manifestano sotto la forma del riciclaggio del denaro sporco che arriva dalle più disparate attività criminose, è un fenomeno oggi moderno che può interessare strati sociali elevati: «professionalità delle attività forensi, commercialisti, notai e soprattutto personale dirigenziale del sistema bancario». «Risulta anche dalle ultime denunce – è scritto – il collegamento con funzionari di banca che, negato il finanziamento, proponevano direttamente altre possibilità di credito». Altre possibilità di credito che non sono altro se non l’usura.

Riciclaggio facile Due le modalità diverse di costruzione del fenomeno criminale organizzato che si ravvisano in regione: la prima è quella di soggetti stranieri dediti al narcotraffico (perlopiù spaccio) e alle rapine. La seconda, è quella di tipo mafioso codificata nell’articolo 416 bis del codice penale: ‘ndrangheta in provincia di Perugia dedita ad appalti e rifiuti speciali, così come è confermata la presenza della camorra (vedi l’inchiesta Apogeo). L’emergenza numero uno è però quella del riciclaggio, un fenomeno sul quale l’Umbria «non ha anticorpi sviluppati – è scritto nella relazione – e un vigile controllo sociale nei confronti del fenomeno criminale mafioso»; manca anche «l’abitudine a tenere alta la guardia dell’attenzione e del sospetto». Quindi se l’Umbria è una terra dove è facile riciclare «perché manca la cultura dell’attenzione», sono «affermazioni gravi e pericolose» quelle di chi sottovaluta il rischio perché nel territorio non vede un radicamento e un controllo «classico». Quanto sia profondo il fenomeno del riciclaggio è poi «difficile da stabilire».

I settori a rischio I settori sui quali la concentrazione deve essere massima sono quelli dei «compro oro», delle sale da gioco, dei locali notturni e in genere tutti quelli ad alto tasso di denaro liquido che si possono trasformare in maxi-lavanderie di sodi sporchi. In questo quadro opera quella zona grigia fatta di «connivenza e convivenze» che sono elementi imprescindibili sui quali prospera il radicamento mafioso. Si pensi, ad esempio, a quelle teste di legno, a quei prestanome che con un volto presentabile e con la possibilità di instaurare relazioni con il tessuto economico inevitabilmente lo inquinano. Prestanome che la relazione chiama «il capitale sociale per il radicamento». E poi, tra i settori a rischio, c’è ovviamente l’edilizia con il meccanismo dei subappalti a cascata che generano «una rete impossibile da gestire» e una «tratta degli esseri umani», principalmente donne, che in Umbria è «fenomeno endemico» e problema «sociale e culturale legato al numero di locali notturni». Problema assai vasto è quello della droga, con Perugia al centro di una rete di smercio «che copre un’area molto più vasta della regione». Una regione dove il traffico viene gestito da strutture criminali che si caratterizzano sempre più come organizzazioni mafiose.

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