di Maurizio Troccoli
Nei giorni scorsi il sito Il Post ha pubblicato un intervento dello scrittore e giornalista Francesco Piccolo che ha suscitato discussioni e reazioni. Il testo propone in forma volutamente provocatoria di eliminare i limiti di età per l’arruolamento militare e di consentire anche agli anziani in buona salute di entrare nella riserva dell’esercito.
L’articolo prende spunto dal dibattito riaperto dal ministro della Difesa Guido Crosetto sull’ipotesi di creare una riserva di circa diecimila persone addestrate. Nel dibattito pubblico si è parlato soprattutto di giovani e di possibile ritorno alla leva, mentre la proposta avanzata nel commento del Post suggerisce di ampliare il bacino di reclutamento includendo anche gli ultrasessantacinquenni che risultino fisicamente idonei.
Secondo l’autore, una delle ragioni principali riguarda l’andamento demografico. «I giovani scarseggiano, i vecchi abbondano», scrive, ricordando che l’Italia è uno dei paesi più anziani d’Europa. I dati dell’Istat citati nel testo indicano che «il 23,3 per cento delle persone tra 65 e 74 anni pratica qualche attività sportiva» e che «dopo i 75 anni continua a fare sport l’8,1 per cento». In totale si tratterebbe di circa 2,7 milioni di persone che svolgono attività fisica, una platea dalla quale – secondo l’autore – sarebbe possibile selezionare una parte di cittadini idonei a compiti militari o logistici.
Un’altra argomentazione riguarda la natura delle guerre contemporanee. «Più che forza fisica la guerra moderna – droni, comunicazioni, cyberwarfare – richiede competenze tecniche, coordinamento, specializzazione», osserva l’autore, sottolineando che molte attività militari non richiedono necessariamente la prestanza fisica tipica dei soldati più giovani.
Il testo suggerisce anche un’argomentazione di tipo generazionale. La generazione dei cosiddetti boomer viene definita «la generazione più fortunata della storia» e l’eventuale disponibilità a servire nella riserva militare viene presentata come una forma di responsabilità verso le generazioni più giovani.
Una parte del ragionamento riguarda poi l’impatto economico. L’autore cita i dati sulla distribuzione delle pensioni e osserva che «circa 350-400 mila pensionati – meno del 3 per cento del totale – assorbono il 10 per cento della spesa pensionistica annuale». In questo contesto la proposta, pur formulata in modo ironico e paradossale, suggerisce che una mobilitazione volontaria degli anziani potrebbe essere vista come un contributo alla sostenibilità del sistema previdenziale e alla difesa del paese.
L’intervento cita anche alcuni esempi internazionali. In Finlandia l’età dei riservisti è stata innalzata fino a 65 anni, mentre nel conflitto in Ucraina si sono registrati casi di volontari anche oltre quell’età. L’idea, quindi, è che il criterio principale per l’arruolamento non debba essere l’età anagrafica ma l’idoneità fisica.
Nel testo compare infine una proposta organizzativa concreta: «eliminare il limite di età per l’arruolamento e mantenere il solo limite dell’idoneità fisica», prevedendo diversi livelli di impiego in base alle condizioni di salute e alle competenze dei volontari.
Un elemento centrale dell’intervento è il carattere provocatorio della proposta. L’autore stesso conclude dichiarando la propria disponibilità personale all’arruolamento, scrivendo di impegnarsi «a fare domanda d’arruolamento nella riserva e, in caso di necessità, nei battaglioni dei volontari della morte». A prescindere dall’uso che se ne vorrà fare di riflessioni più o meno opportune, più o meno attuali, resta il problema demografico e la necesità di sviluppare buone idee. O quantomeno penderle in prestito da chi l’avesse già sviluppate.
In regioni con una popolazione particolarmente anziana, come l’Umbria, il ragionamento demografico assumerebbe un peso ancora maggiore. Secondo i dati più recenti dell’Istat, nella regione gli over 65 rappresentano circa il 26-27 per cento della popolazione, una quota superiore alla media nazionale che si colloca attorno al 24 per cento. L’Umbria è inoltre tra le regioni con l’indice di vecchiaia più alto d’Italia, cioè con un numero di anziani molto superiore a quello dei giovani sotto i 15 anni. In un contesto del genere, un eventuale ampliamento del bacino di reclutamento agli ultrasessantacinquenni, almeno sul piano teorico, aumenterebbe molto la disponibilità potenziale di riservisti, in rapporto alla popolazione, rispetto alle regioni con una struttura demografica più giovane. Con l’incognita, non trascurabile, della salute e della prestanza fisica. Su cui si aprirebbe un capitolo a parte, tenuto conto da un lato della buona qualità di vita, longevità e benessere ambientale come a tavola, il che lascerebbe protendere per un promettente bacino di riservisti. Dall’altro lato invece le voci dell’assitenza sanitaria, particolarmente quella di prossimità vanno in direzione contraria, tratteggiando quote in aumento di anziani con patologie croniche e comorbosità.
La provocazione lanciata dal Post si inserisce quindi in un dibattito più ampio che riguarda il futuro della difesa europea, l’invecchiamento della popolazione e il rapporto solidaristico tra generazioni in un paese che continua a registrare uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa. E che potrebbe scegliere di ridere e basta. Oppure cogliere l’opportunità per sviluppare, anche in maniera creativa, nuove prospettive di sostenibilità generazionale.
