di Daniele Bovi
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Tra il 2008 e il 2011 l’Umbria, una regione che anche grazie alla crisi pare sempre meno economicamente «mediana» nel suo scivolamento verso Sud, ha perso complessivamente quasi il 7% del Pil reale. E’ questo uno dei dati che si ricavano dal «Rapporto economico e sociale 2012-2013» redatto dall’Agenzia Umbria ricerche e presentato mercoledì alla sala dei Notari di Perugia.
Il Rapporto Un Rapporto assai voluminoso (600 pagine), con al centro la nostra regione «tra crisi e nuova globalizzazione», dal quale emerge con chiarezza un «quadro particolarmente critico». Un quadro dove in Umbria, in questi anni di crisi pesantissima, sono riemerse «le più antiche gracilità» che rimandano ad una più complessiva debolezza negli indici di produzione della ricchezza. La manifattura rimane il «principale motore autonomo» dell’economia regionale ma il suo peso e la sua forza si vanno indebolendo. Attualmente, come spiega l’Aur, la manifattura rappresenta il 15% del valore aggiunto (che era l’1,87% del totale nazionale nel 1980 e oggi è dell’1,26%), mentre nel resto del Centro è del 18,4%. Insomma, «si perde forza» nei confronti dei vicini.
La faglia L’Umbria è poi una terra attraversata da una faglia che si va sempre più ingrandendo e che corre lungo il confine delle due province. Da una parte quella di Perugia che mantiene, pur con tutte le difficoltà, la sua vocazione manifatturiera; dall’altra c’è quella di Terni dove «non si arresta la deindustrializzazione». Una faglia ingranditasi anche a causa di dimensioni aziendali troppo piccole e dove. In tutto il territorio regionale la manifattura ha perso nel quadriennio 2008-2011 il 7% degli addetti e il 4,2% delle unità locali. Per chi lavora poi gli stipendi sono più bassi rispetto alle altre regioni: fatto 100 il valore nazionale infatti, la remunerazione del lavoro vale in Umbria 91,4. In questo scenario, come accennato in apertura, l’Umbria ha perso l’1,7% del Pil reale all’anno e le previsioni per l’anno non sono rosee (Unioncamere stima un -1,3%).
Il «colpo più duro» Il «colpo più duro» per un’economia come quella umbra a scarsa internazionalizzazione, bassi livelli di export, dove il Pil pro capite è ormai da un trentennio inferiore alla media nazionale e molto orientata verso un mercato interno impoverito, è la contrazione della spesa reale per consumi finali delle famiglie: -1,4% annuo dal 2008 al 2011. Dodici mesi, questi ultimi, dove i consumi sono ulteriormente scesi pur in un «contesto di lieve ripresa generalizzata». Nel corso della crisi poi c’è stato «il crollo dell’industria», con una perdita continua di competitività e produttività. Crollo dell’industria che non è una tendenza di oggi: nel 1995 infatti, in termini di valore aggiunto l’industria in senso stretto valeva il 25%, oggi il 17% mentre complessivamente, a livello nazionale, si sono persi solo quattro punti (al 27 al 23%). I settori che apportano le maggiori quote di valore aggiunto sono la metallurgia (16,2% del totale), l’alimentare (15,9%), i macchinari ed apparecchi (15,1%), i minerali non metalliferi, gomma e plastica (14%), la moda (11,8%).
LA PRESIDENTE MARINI: SERVE UNA FORTE E VERA ALLEANZA TRA TUTTI
Serve un terziario avanzato E così, mentre si perdeva competitività e produttività, il sistema umbro non è stato in grado di creare un terziario avanzato a supporto delle imprese, settore oggi strategico, posizionandosi nel corso del tempo su commercio e turismo. Secondo Luca Ferrucci, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università di Perugia, questo trend si può invertire purché si elaborino politiche regionali volte a far nascere nuove realtà nel campo dei servizi avanzati per l’industria, strategici per alzare competitività e riuscire a penetrare i mercati internazionali. Un lavoro che deve essere anche culturale come spiega il presidente dell’Aur Claudio Carnieri nell’introduzione al volume: oggi, secondo Carnieri, serve «un’operazione culturale e scientifica per riportare al centro l’industria».
