Il Cup dell'ospedale di Perugia (foto ©Fabrizio Troccoli)

di M.T.

Dove non arrivi con il pubblico ci provi con il privato convenzionato. E’ questa la formula che ha in mente il ministro della sanità Schillaci, per provare a dare una sterzata al problema insormontabile delle liste d’attesa. Il suo piano è il seguente: le agende delle strutture sanitarie private convenzionate devono entrare negli elenchi cup. Significa che lo sportello che si interfaccia con il paziente che deve prenotare una visita monitora i posti disponibili nel pubblico e, in automatico, anche nel privato. Per la cui visita il paziente dovrà pagare soltanto il ticket. Il cambiamento sarebbe determinato dal fatto che, fino ad oggi, le strutture private hanno gestito le agende delle prenotazioni autonomamente, in modo da non sforare i budget assegnati. Evitare quindi il rischio di erogare servizi che non gli sarebbero stati corrisposti. Le nuove convenzioni in testa al ministro dovranno invece prevedere la formula del cup accorpato, ma la materia potrebbe confliggere con le autonomie delle regioni per cui si prevede un accordo con queste.

Il programma Il piano è emerso in occasione della presentazione dei fondi per la sanità che ammontano a 125 miliardi. E che per il 2023, troveranno anche nuove modalità di distribuzione tra le regioni, come vedremo più avanti. Intanto tra le altre cose emerse c’è che il ministro non vuole sentir più parlare di liste bloccate, mentre la questione delle liste d’attesa potrebbe determinare, con una nuova norma, la rimozione dei direttori generali, in caso di mancato obiettivo. E’ prassi illegale quella delle liste bloccate e su questo il ministero è intenzionato a vigilare. Come pretende che le regioni rendano trasparenti i loro siti internet nel fornire i dati reali sui tempi di attesa, tenuto conto che, quando vengono superati i tempi massimi previsti per ogni tipologia di esame, il cittadino ha diritto di rivolgersi al privato, pagando soltanto il ticket. Ma non tutti lo sanno.

Cosa cambia Per questa ragione Schillaci ha sollecitato il senso di responsabilità dei medici di base, ai quali ha trasmesso la raccomandazione, innanzitutto di prescrivere esclusivamente gli esami veramente necessari, e poi di seguire il paziente «programmando controlli e calendari delle visite». Oltre ad essere rispuntati i 500 milioni stanziati, a livello nazionale, per il taglio alle liste d’attesa di cui 150 destinati alle prestazioni aggiuntive dei privati, sui 125 miliardi del 2023, che il Governo intende ripartire tra le regioni «in tempi congrui», ci saranno novità proprio sui criteri di divisione. Non più soltanto in rapporto alla popolazione e all’anzianità, favorendo quindi le più ricche e anziane regioni del nord, ma ad altri fattori quali: tassi di istruzione e disoccupazione, indice di povertà, al fine di riservare una cifra tra l’1,5 e il 2% alle regioni più svantaggiate del sud. Poi ci sono i 600 milioni di premio per i Lea, cioè per quelle regioni che riescono a garantire i livelli essenziali di assistenza. L’ultimo report del ministero, vede la metà delle regioni italiane più la Liguria non riuscire a garantire i Lea (rapporto 2020 ultimo monitorato, prima della pandemia). In quella tabella l’Umbria presenta 3 aree sopra i 60 punti. Ovvero, prevenzione (Screening, vaccinazioni ecc.) con un punteggio dell’89,64; area distrettuale (medicina territoriale, ambulatoriale…) con il 68,55%, area ospedaliera (pronto soccorso, ricoveri …) con il 71,61%. Bisognerà vedere il nuovo riparto di quali livelli Lea terrà conto, essendo questi non corrispondenti all’attualità della sanità, dopo i cambiamenti determinati dalla pandemia.

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