In Umbria, come nel resto d’Italia, il glifosato è ovunque: nei campi coltivati, nelle acque, nell’aria e persino nelle polveri domestiche. Questo erbicida, introdotto negli anni Settanta e divenuto simbolo dell’agricoltura industriale, è oggi al centro di un acceso dibattito pubblico e scientifico. Cresce la preoccupazione tra cittadini e associazioni: quanto è davvero sicuro il glifosato, soprattutto alla luce delle nuove evidenze scientifiche?
Un recente studio dell’Istituto Ramazzini di Bologna, pubblicato il 10 giugno 2025, sulla rivista Environmental Health, è il più ampio e indipendente mai realizzato sul tema. Il “Global Glyphosate Study” ha evidenziato che l’esposizione a lungo termine al glifosato e ai suoi erbicidi a base di glifosato (Gbh), anche a dosi considerate “sicure” dalle autorità europee, provoca un aumento significativo di tumori benigni e maligni in più sedi anatomiche nei ratti, inclusa la leucemia a esordio precoce. Lo studio ha simulato un’esposizione cronica dall’epoca prenatale fino alla morte naturale, riproducendo realisticamente la condizione umana, e ha analizzato sia il glifosato puro sia due formulazioni commerciali (Roundup Bioflow e RangerPro). I risultati confermano la classificazione della Iarc del 2015, che aveva definito il glifosato «probabile cancerogeno per l’uomo». Il lavoro è stato guidato dalla dottoressa Fiorella Belpoggi e dal suo team del Centro di Ricerca sul Cancro dell’Istituto Ramazzini, ed è stato sostenuto da collaborazioni internazionali. Lo studio sottolinea inoltre che l’esposizione umana avviene non solo attraverso il contatto diretto ma anche tramite alimenti, acqua, aria e persino durante la gravidanza, con effetti epigenetici e alterazioni del microbioma intestinale. Per la prima volta, la ricerca ha indagato gli effetti del glifosato sulle condizioni di gravidanza e sui bambini esposti già nel grembo materno, simulando realisticamente l’esposizione umana. I risultati sono inquietanti: danni a organi vitali, alterazioni del microbioma intestinale, effetti epigenetici e un aumento di casi di leucemia nelle cavie esposte precocemente. Il problema, sottolineano i ricercatori, non è solo la sostanza pura, ma le miscele commerciali e i “cocktail chimici” utilizzati nei campi, la cui composizione reale resta in gran parte segreta.
In Umbria, dove l’agricoltura rappresenta ancora un pilastro economico e culturale, la pressione per una regolamentazione più severa cresce di pari passo con la consapevolezza dei rischi. Le associazioni ambientaliste regionali chiedono da tempo un monitoraggio sistematico delle acque, dei suoli e dei prodotti agricoli, sottolineando la necessità di trasparenza e precauzione. Tuttavia, la Regione autorizza ancora l’uso di glifosato entro limiti normativi (ad esempio, per colture non arboree è consentito un massimo di 2 litri per ettaro di formulati contenenti 360 g/L di glifosato – vedi approfondimento nella scheda di seguito), mentre mancano monitoraggi sistematici e dati pubblici aggiornati sulla reale presenza del pesticida nell’ambiente umbro.
Il dibattito si inserisce in un contesto europeo segnato da posizioni discordanti: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ha classificato il glifosato come «probabile cancerogeno», mentre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) non lo ritiene tale, alimentando incertezza e richieste di ulteriori studi indipendenti.
Nel frattempo, in Umbria, la domanda di una maggiore tutela ambientale e sanitaria si fa sempre più urgente, anche alla luce dei nuovi dati scientifici e della pressione della società civile. La Regione si trova così davanti a una scelta cruciale: rafforzare il monitoraggio, investire nella ricerca e valutare concretamente l’opportunità di limitare o vietare l’uso del glifosato, per garantire la salute dei cittadini e la qualità dell’ambiente.
In Italia, due regioni hanno adottato divieti totali, le altre solo parziali in agricoltura e nelle aree frequentate dalla popolazione. la Toscana ha vietato l’uso del glifosato a partire dal 15 maggio 2025, inserendo il divieto nelle misure del Piano di sviluppo rurale. La Calbria ha preceduto la Toscana con uno stop analogo all’uso del glifosato nelle sue misure agricole. Altre regioni, tra queste l’Umbria ma anche la Lombardia e altre ancora, hanno adottato misure di mitigazione per ridurre l’uso del glifosato, soprattutto per tutelare le acque potabili e ambienti sensibili. A livello nazionale, l’uso del glifosato è vietato in aree frequentate dalla popolazione come parchi, giardini, campi sportivi, aree gioco per bambini, cortili scolastici e zone verdi di strutture sanitarie, oltre che per l’impiego in pre-raccolta per accelerare la maturazione delle colture. L’Associazione Italiana agricoltura biologica (Aiab) e altre realtà chiedono un divieto immediato a livello nazionale, anche alla luce delle recenti evidenze scientifiche sulla cancerogenicità del glifosato.
