©Fabrizio Troccoli

Quanti sanno che oggi esiste un vaccino per le api? E che una scoperta nata per difendere gli alveari potrebbe aprire una strada completamente nuova nella biologia: quella di proteggere organismi che fino a pochi anni fa erano considerati impossibili da vaccinare? Piccola parentesi: ci sarebbe una frase attribuita ad Albert Einstein senza averne le prove che direbbe qualcosa del tipo: se si estinguono le api, all’uomo non restano che 4 anni di vita. Significherebbe che l’uomo senza i processi di impollinazionie compiuti innanzitutto dalle api e comunque da insetti, non avrebbe possibilità di durare a lungo. Ogni riflessione quindi sulla scoperta di un vaccino sia libera. Passiamo alle curiosità.

La storia parte dagli Stati Uniti, dove è stato sviluppato il primo vaccino destinato alle api contro la peste americana, una delle malattie più devastanti per gli alveari. Una ricerca che ha avuto un valore molto più ampio rispetto alla sola apicoltura perché ha messo in discussione una convinzione scientifica consolidata: anche gli invertebrati, pur non possedendo un sistema immunitario adattativo come quello dei mammiferi, possono sviluppare forme di memoria immunitaria.

Il meccanismo è molto diverso da quello dei vaccini umani. Funziona così: l’ape regina viene alimentata con un composto contenente batteri inattivati e alcune molecole vengono trasferite alle uova, aumentando la capacità delle future generazioni di api di resistere alla malattia. Una scoperta che ha aperto una domanda affascinante: se è possibile stimolare le difese naturali di un insetto, quali altre specie potrebbero beneficiare in futuro di strategie simili?

Una delle frontiere più interessanti riguarda l’acquacoltura. In particolare i gamberi allevati in grandi quantità in Asia e in altri Paesi esportatori, tra cui Bangladesh, India, Vietnam ed Ecuador. Questa storia è stata raccontata in una recente puntata del podcast di Cecilia Sala, Stories, di Chora Media. Questi allevamenti sono continuamente minacciati da epidemie virali e batteriche, capaci di provocare perdite economiche enormi e mettere in crisi intere comunità produttive. La ricerca sui vaccini per gli invertebrati ha aperto nuove prospettive anche in questo settore, con l’obiettivo di rafforzare le difese naturali degli animali allevati e ridurre il ricorso agli antibiotici.

Non siamo ancora davanti a una rivoluzione già compiuta, come invece avviene per i vaccini degli animali da allevamento tradizionali, ma il cambio di prospettiva è significativo: la medicina del futuro potrebbe non occuparsi più soltanto dell’uomo o delle specie più vicine a noi, ma dell’intero sistema biologico nel quale viviamo.

Ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di One Health, una delle grandi sfide della ricerca contemporanea. L’idea è semplice: la salute umana non può essere separata dalla salute degli animali e dall’equilibrio degli ecosistemi. Le pandemie, la diffusione dell’antibiotico-resistenza, i cambiamenti climatici e l’aumento delle malattie trasmesse dagli animali all’uomo hanno dimostrato che prevenire significa osservare il pianeta come un sistema unico.

Una prospettiva nella quale anche l’Umbria è coinvolta attraverso il lavoro delle sue istituzioni scientifiche e, in particolare, dell’Università degli Studi di Perugia, che da anni sviluppa competenze nei settori della medicina veterinaria, della microbiologia, della sicurezza alimentare e dello studio delle interazioni tra ambiente, animali e salute umana.

Il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’ateneo perugino rappresenta uno dei principali punti di riferimento regionali per una ricerca che non riguarda soltanto la cura degli animali, ma anche la prevenzione delle malattie trasmissibili, il controllo dei patogeni emergenti, il rapporto tra ambiente e salute e il contrasto all’antibiotico-resistenza.

Un altro fronte riguarda la microbiologia, una disciplina che negli ultimi anni ha cambiato profondamente il modo di interpretare la salute. Batteri e microrganismi non vengono più considerati soltanto come nemici da eliminare, ma come componenti di sistemi complessi nei quali equilibrio e squilibrio possono determinare lo stato di salute degli organismi viventi. Studiare queste relazioni significa comprendere meglio come nascono alcune malattie, come si diffondono e come possono essere prevenute.

In Umbria più che altrove è stabilita nella storia della relazione tra uomo e ambiente l’indispensabilità di un equilibrio. Che è tanto soggetto a trasformazioni quanto a necessità di conoscenza. La tutela degli impollinatori, la salute degli ecosistemi agricoli, la sicurezza degli alimenti e la prevenzione delle malattie non sono più questioni separate, ma parti di un unico sistema.

La storia del vaccino delle api, è si la storia di una nuova biotecnologia applicata a un insetto fondamentale per l’agricoltura mondiale. Ma ancora di più è simbolo di un cambiamento nel modo di concepire la medicina: capace si di fare diagnosi e cura ma anche comprendere gli equilibri che permettono alla vita di rimanere in salute. La domanda che continuerà a interrogare la ricerca sarà come mantenere in salute l’ecosistema prima ancora che le sue componenti. One Health significa sostanzialmente questo, e l’Umbria dalle tre imponenti colonne: ricerca, agricoltura e ambiente, rappresenta uno dei contesti più appropriati in cui questo approccio può trovare compimento.