Un «cervello» su quattro se ne va dall’Umbria
Un «cervello» su quattro se ne va dall’Umbria

di Daniele Bovi

Tre dottorati su quattro scelgono di rimanere in Umbria dopo aver conseguito quello che è, in Italia, il livello più elevato di istruzione; uno su quattro invece, da altre parti d’Italia ha prima scelto l’Umbria per frequentare l’università e poi, dopo aver conseguito il dottorato, ci è restato. In estrema sintesi potrebbero essere questi i dati più rilevanti che emergono dalla prima fotografia scattata dall’Istat sulle scelte compiute dalle 18 mila persone che, tra il 2004 e il 2006, hanno conseguito il dottorato di ricerca in Italia. L’indagine, svolta tra il dicembre 2009 e il febbraio 2010, è di grande interesse perché illustra quali sono le scelte di una delle parti più qualificate della forza-lavoro del Paese. Forza-lavoro che spesso viene formata qui per poi emigrare dove le possibilità sono maggiori e dove c’è un tessuto imprenditoriale in grado di attrarre i cervelli. A «fuggire» dall’Umbria verso l’estero è stato, secondo l’indagine dell’Istat, il 6,3% dei dottorati: un dato lontano dal 10,5% della Liguria, dall’8,6% della Lombardia, dall’8% del Piemonte o dal 9,5% del Veneto.

In «fuga» uno su quattro Quasi tutte le regioni del Nord poi, fanno meglio dell’Umbria per quanto riguarda la capacità di trattenere i «cervelli» una volta formati. Qui infatti la percentuale si ferma al 75,6%, distante dall’80% e oltre di molte realtà del Nord Italia. Guardando alle ripartizioni geografiche infatti si nota come il dato umbro sia in linea con quello del Mezzogiorno (74%) e ben lontano dall’85% del Centro e dall’87,4% del Nord Italia. Insomma, inseriti in un contesto come quello umbro, dove il mercato del lavoro è più «povero», dove il numero di figure di alto profilo ricercate è minore rispetto a quanto avviene in altre regioni, i «cervelli» nati in Umbria tendono a fuggire molto di più se confrontati con i colleghi di altre parti d’Italia. Il 26% infatti decide di andarsene contro il 16% dell’Emilia, il 17% della Toscana o il 20% del Piemonte. La direttrice di «migrazione» rimane quella che da Sud porta verso Nord e così l’Umbria, proprio grazie a questo fenomeno, riesce ad avere un bilancio in sostanziale pareggio. A tanti «cervelli» umbri che scelgono di partire infatti, ne arrivano altrettanti da altre parti d’Italia che hanno scelto la regione per frequentare l’università e poi conseguire il dottorato: l’alta capacità attrattiva compensa così l’altrettanto alta tendenza alla «fuga».

L’identikit Nelle pagine dell’indagine poi l’Istat tratteggia quello che è il profilo tipico del «cervello  in fuga» verso l’estero: dei circa 1.300 ricercatori che ora risiedono all’estero, sono «fuggiti» con più frequenza i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche (il 22,7%) ma sono attratti dall’estero anche quanti hanno conseguito il dottorato in ambito matematico e informatico. In sintesi, si tratta di persone che arrivano dal Centro-Nord, provenienti da famiglie con elevato livello di istruzione (padre o madre quantomeno diplomati), che hanno conseguito il dottorato in età relativamente giovane (meno di 32 anni), che svolgono attività di ricerca (almeno in parte) nell’attuale lavoro iniziato successivamente al conseguimento del titolo. Tali caratteristiche accomunano circa il 35% di quanti si sono spostati verso l’estero; tra i dottori con questo profilo il 14,7% è presente al momento dell’intervista in un altro Paese.

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